Opinioni

Il Ddl Zan e oltre. Il torpore c’è. Ma dov’è la politica?

Francesca Izzo martedì 11 maggio 2021

Sfinimento e disorientamento dell’oggi. E ddl Zan Percepisco anch’io quella sensazione di sfinimento che Antonio Scurati ha sentito scorrere sotto la pelle del Paese provando a metterla sotto osservazione in un articolo sul 'Corriere della Sera' del 9 maggio. I segnali di novità assai promettenti che si profilano al termine di questi lunghi mesi di sofferenza, di isolamento di chiusure non arrivano a scuoterci, a darci quella sferzata di energia che dovrebbe spingerci a 'mordere la vita'. Dov’è – si chiede lo scrittore – quell’«'esaltante senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero' di cui parlò Italo Calvino a proposito del clima psicologico e morale degli anni 50 in un’Europa ancora sommersa sotto le macerie della Seconda guerra mondiale?». Non c’è, si risponde, perché si è smarrito il senso della lotta, il sentimento di dover lottare per affermare valori e princìpi, insomma ci siamo abituati a considerare scontati «democrazia, progresso, benessere, giustizia sociale» mentre invece sono sempre «il premio di una lotta contro la reazione, l’autoritarismo, l’oscurantismo, l’affarismo». Il richiamo è a risvegliarsi dal torpore, a costruire «un orizzonte politico per i nostri conflitti individuali».

Ma è sufficiente evocare l’uscita dalla dimensione individuale e l’impegno in un’azione collettiva per portare alla luce la radice dello scontento? O i decenni che ci stanno alle spalle hanno corroso certezze, alterato profili, scompaginato fronti? Tanto che a me, ma non solo, risulta arduo indicare con la chiarezza di un tempo cosa è progresso, cosa è reazione, libertà, ecc. È vero, la politica intesa come istanza regolativa che afferma norme, princìpi comuni da far valere nei confronti delle diverse particolarità sociali, torna a essere al centro delle aspettative, della rabbia e delle speranze di milioni di cittadini in tutto l’Occidente. Ma parlare di politica significa necessariamente parlare di culture politiche. E sono appunto le culture politiche 'progressiste' che hanno sostenuto, dal dopoguerra, lo sviluppo delle nostre democrazie e il processo di costruzione delle istituzioni europee a non reggere più.

La cultura socialdemocratica, la liberale e anche la popolare, in affanno in tutto l’Occidente, non riescono a offrire risposte adeguate alle sfide e dilemmi che attraversano la modernità dispiegata: da come coniugare ambiente, salute crescita economica alla tensione latente o palese tra sviluppo tecnico-scientifico e norme etiche o infine ai conflitti sempre più frequenti che si accendono nel campo della nuova generazione di 'diritti' soggettivi. Ad esempio nell’urto che nella questione dell’utero in affitto oppone il cosiddetto diritto alla 'genitorialità' al diritto 'all’integrità e all’indisponibilità della persona' .

La cultura 'progressista', in tutte le sue versioni, da più di un trentennio si è affidata alla cultura dei diritti per governare società pienamente moderne, senza rendersi conto che il paradigma dei diritti è costruito sull’opposizione modernità contro tradizione, cioè sulla liberazione degli individui dai vincoli gerarchici e oppressivi delle società premoderne. Così, quando la modernità arriva a consumare del tutto simboli, strutture e forme della tradizione e si ritrova solo con se stessa, accade che quella equivalenza tra progresso, cultura dei diritti e libertà si inceppa, aprendo la via a inquietanti paradossi e a laceranti conflitti: è progresso il 'diritto' soggettivo alla procreazione e alla genitorialità? O è progresso non ridurre la procreazione e i bambini a merce?

È progresso consentire, come sostiene il ddl Zan, di dichiararsi donna o uomo in base alla propria percezione soggettiva annullando il sesso? O è progresso agire perché donne e uomini, i due sessi che costituiscono l’umanità, siano riconosciuti entrambi pari e liberi? È progresso che la libertà sia misurata dalla sempre più larga disponibilità a vendere comprare o affittare il proprio corpo o sue parti sul mercato? O è progresso pensare che la libertà coincida con l’integrale realizzazione di sé? Non ci sono risposte univoche, lo sentiamo. Ma sta qui quel senso di disorientamento più a meno consapevole che nutre il torpore denunciato da Scurati. Si fa fatica a uscire dalla chiusura individualistica e a slanciarsi nell’azione collettiva se non c’è almeno qualche segnale che la politica è pronta a ripensare le sue culture.