Opinioni

Pandemia. All’ultimo passo nessuno resti più da solo

Alberto Mattioli giovedì 24 settembre 2020

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», invocava Gesù sulla Croce. Morire fa paura, l’ultimo anelito di vita sgomenta, un’angoscia naturale anche per Lui che è Dio e ha scelto la condivisione umana. Ma Cristo non era solo sul Golgota, ai suoi piedi la madre e i discepoli più fedeli. La pandemia è stato un tornado che ci ha preso alle spalle e migliaia di famiglie sono state straziate nella carne e nello spirito. Sofferenze corporali inaudite affidate all'abnegazione del personale sanitario.

Gli unici testimoni di tante vite dolenti prossime al trapasso. Le sole persone che hanno incontrato gli occhi supplicanti dei malati smarriti dall’assenza del volto dei propri cari. Gli unici testimoni e custodi degli ultimi pensieri e suppliche struggenti, spesso mute, di tante vite umane. Finire così il nostro percorso terreno annichilisce lo sappiamo, senza la presenza di persone care a significare il senso della nostra esistenza. Senza un segno della traccia lasciata. Lo possiamo comprendere, è un dolore alla portata della nostra ragione e dei nostri sentimenti più naturali di figli e genitori.

Ma c’è una inquietudine lacerante ancora più profonda, l’assenza del conforto di una presenza meno visibile che ci può avere accompagnato per l’intera vita o forse solo sfiorato ma di cui comunque nelle ultime nostre ore avvertiamo in cuore la necessità: Gesù, il crocifisso, o anche solo una parola religiosa. Per un credente i Sacramenti ultimi, una confessione, una parola di pentimento o ringraziamento sono il bagaglio essenziale per affrontare l’estremo saluto e il viaggio verso la terra promessa. L’Amen del sia fatta la tua volontà.

Ma anche per il non credente l’immagine di quel crocefisso appeso al muro, può significare un conforto estremo tra negazione, possibilità e speranza. Senza di te Signore dove andrò? Le mie colpe sono perdonate? Tanti sono scomparsi così, senza questa opportunità. Probabilmente tanti medici hanno colto questo turbamento e si sono caricati nel cuore anche queste intime sofferenze. È accaduto in questa emergenza, ma non saranno episodi isolati se guardiamo al trend demografico che impietosamente ci parla di una Italia sempre più vecchia. Nei prossimi decenni avremo sempre più anziani soli e affidati alle cure della sanità.

Si vive più a lungo e si finisce soli con più facilità, per difficoltà o assenza di familiari. E questa minaccia invoca un’inevitabile maggiore offerta di servizi sanitari, di welfare. Sarà una impellenza socio sanitaria e anche di accompagnamento umano e religioso. Ma se le vocazioni religiose sono numericamente modeste, come assicureremo quest’ultima premura e con che modalità? La Chiesa, tutti noi, siamo chiamati a pensare a quest’ultimo attimo culmine di tutta un’esistenza. E serve la riflessione dei teologi. Ma magari anche quella dei medici. Qualche nuova forma di presenza e di mandato anche per i laici andrà immaginata, istruita e praticata. Facciamo tesoro di questa drammatica esperienza. Perché le parole ultime sono le prime per importanza, per loro che vanno e per noi che rimaniamo.