Opinioni

L'appello. «Salviamo la vita di Alfredo Cospito»

Le firme e il link per aderire mercoledì 11 gennaio 2023

Un momento del processo ad Alfredo Cospito

Gentile direttore,

Alfredo Cospito è a un passo dalla morte nel carcere di Bancali a Sassari all’esito di uno sciopero della fame che dura, ormai, da 80 giorni. Detenuto in forza di una condanna a 20 anni di reclusione per avere promosso e diretto la Fai-Federazione Anarchica Informale (considerata associazione con finalità di terrorismo) e per alcuni attentati uno dei quali qualificato come strage pur in assenza di morti o feriti, Cospito è in carcere da oltre 10 anni, avendo in precedenza scontato, senza soluzione di continuità, una condanna per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. Dal 2016 è stato inserito nel circuito penitenziario di Alta Sicurezza 2, mantenendo, peraltro, condizioni di socialità all’interno dell’istituto e rapporti con l’esterno. Ciò sino al 4 maggio 2022, quando è stato sottoposto al regime previsto dall’art. 41 bis ordinamento penitenziario, con esclusione di ogni possibilità di corrispondenza, diminuzione dell’aria a due ore trascorse in un cubicolo di cemento di pochi metri quadri e riduzione della socialità a una sola ora al giorno in una saletta assieme a tre detenuti. Per protestare contro l’applicazione di tale regime e contro l’ergastolo ostativo, il 20 ottobre scorso Cospito ha iniziato uno sciopero della fame che si protrae tuttora con perdita di 35 chilogrammi di peso e preoccupante calo di potassio, necessario per il corretto funzionamento dei muscoli involontari tra cui il cuore.

La situazione si fa ogni giorno più grave, e Cospito non intende sospendere lo sciopero, come ha dichiarato nell’ultima udienza davanti al Tribunale di sorveglianza di Roma: «Sono condannato in un limbo senza fine, in attesa della fine dei miei giorni. Non ci sto e non mi arrendo. Continuerò il mio sciopero della fame per l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo ostativo fino all’ultimo mio respiro». Lo sciopero della fame di detenuti potenzialmente fino alla morte è una scelta esistenziale drammatica che interpella le coscienze e le intelligenze di tutti. È un lento suicidio (che si aggiunge, nel caso di Cospito, agli 83 suicidi “istantanei” intervenuti nelle nostre prigioni nel 2022), un’agonia che si sviluppa giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, un’autodistruzione consapevole e meditata, una pietra tombale sulla speranza. A fronte di ciò, la gravità dei fatti commessi non scompare né si attenua, ma deve passare in secondo piano. Né vale sottolineare che tutto avviene per “scelta” del detenuto. Configurare come sfida o ricatto l’atteggiamento di chi fa del corpo l’estremo strumento di protesta e di affermazione della propria identità significa tradire la nostra Costituzione che pone in cima ai valori, alla cui tutela è preposto lo Stato, la vita umana e la dignità della persona: per la sua stessa legittimazione e credibilità, non per concessione a chi lo avversa. Sta qui – come i fatti di questi giorni mostrano nel mondo – la differenza tra gli Stati democratici e i regimi autoritari.

La protesta estrema di Cospito segnala molte anomalie, specifiche e generali: la frequente sproporzione tra i fatti commessi e le pene inflitte (sottolineata, nel caso, dalla stessa Corte di assise d’appello di Torino che ha, per questo, rimesso gli atti alla Corte costituzionale); il senso del regime del 41bis, trasformatosi nei fatti da strumento limitato ed eccezionale per impedire i contatti di detenuti di particolare pericolosità con l’organizzazione mafiosa di appartenenza in aggravamento generalizzato delle condizioni di detenzione; la legittimità dell’ergastolo ostativo, su cui il dibattito resta aperto anche dopo l’intervento legislativo dei giorni scorsi e molto altro ancora. Non solo: la stessa vicenda di Cospito è ancora per alcuni aspetti sub iudice ché la Corte costituzionale deve pronunciarsi sulla possibilità che, nella determinazione della pena, gli effetti della recidiva siano elisi dalla concessione dell’attenuante della lievità del fatto e la Cassazione deve decidere sul ricorso contro il decreto applicativo del 41bis. Su tutto questo ci si dovrà confrontare, anche con posizioni diverse tra di noi. Ma oggi l’urgenza è altra. Cospito rischia seriamente di morire: può essere questione di settimane o, addirittura, di giorni. E l’urgenza è quella di salvare una vita e di non rendersi corresponsabili, anche con il silenzio, di una morte evitabile. Il tempo sta per scadere.

Per questo facciamo appello all’Amministrazione penitenziaria, al Ministro della Giustizia e al Governo perché escano dall’indifferenza in cui si sono attestati in questi mesi nei confronti della protesta di Cospito e facciano un gesto di umanità e di coraggio. Le possibilità di soluzione non mancano, a cominciare dalla revoca nei suoi confronti, per fatti sopravvenuti e in via interlocutoria, del regime del 41 bis, applicando ogni altra necessaria cautela. È un passo necessario per salvare una vita e per avviare un cambiamento della drammatica situazione che attraversano il carcere e chi è in esso rinchiuso.

Alessandra Algostino docente di diritto costituzionale, Università di Torino

Silvia Belforte già docente di architettura, Politecnico di Torino

Ezio Bertok presidente Controsservatorio Valsusa

don Andrea Bigalli parroco in Firenze, referente di Libera per la Toscana

Maria Luisa Boccia presidente del Crs (Centro per la Riforma dello Stato)

Massimo Cacciari filosofo

Gian Domenico Caiazza avvocato, presidente Unione Camere Penali Italiane

don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele e di Libera

Gherardo Colombo già magistrato, presidente della Garzanti Libri

Amedeo Cottino professore di sociologia del diritto nelle Università di Torino e Umeå (Svezia)

Gastone Cottino accademico ed ex partigiano già preside Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino

Beniamino Deidda magistrato, già Procuratore generale di Firenze

Donatella Di Cesare Filosofa, docente di filosofia teoretica Università di Roma La Sapienza

Daniela Dioguardi Udi (Unione Donne Italiane), Palermo

Angela Dogliotti vicepresidente Centro Studi Sereno Regis

Elvio Fassone già magistrato e parlamentare

Luigi Ferrajoli filosofo del diritto

Giovanni Maria Flick già presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia

Chiara Gabrielli docente di procedura penale, Università di Urbino

Domenico Gallo magistrato, già presidente di sezione della Corte di Cassazione

Elisabetta Grande docente di Sistemi giuridici comparati nell’Università del Piemonte orientale

Leopoldo Grosso presidente onorario del Gruppo Abele

Franco Ippolito presidente Fondazione Basso

Roberto Lamacchia avvocato, presidente Associazione italiana Giuristi democratici

Gian Giacomo Migone docente di Storia dell'America del Nord nell'Università di Torino, già parlamentare

Tomaso Montanari docente di storia dell’arte, rettore dell’Università per stranieri di Siena

Andrea Morniroli cooperatore sociale, Napoli

Moni Ovadia attore, musicista e scrittore

Giovanni Palombarini magistrato, già procuratore generale aggiunto presso la Corte di Cassazione

Michele Passione avvocato in Firenze

Valentina Pazé docente di filosofia politica, Università di Torino

Livio Pepino presidente di Volere la Luna e direttore editoriale delle Edizioni Gruppo Abele

Alessandro Portelli storico e docente di letteratura angloamericana Università di Roma La Sapienza

Nello Rossi magistrato, già avvocato generale presso la Corte di Cassazione

Armando Sorrentino, avvocato, Associazione italiana giuristi democratici, Palermo

Gianni Tognoni segretario generale del Tribunale permanente dei popoli

Ugo Zamburru psichiatra, fondatore del Caffè Basaglia di Torino

padre Alex Zanotelli missionario comboniano

Per aderire all’appello: https://forms.gle/jtekmZS4zsdLPUht6