Opinioni

Dalla Libia al Kenya, come per i primi cristiani. Pellegrini interiori tra i nuovi martiri

Francesco Ognibene martedì 7 aprile 2015
Non è una Pasqua come le altre. Le notizie che a cadenza quotidiana ci giungono dai luoghi tutt’altro che remoti nei quali il solo nome cristiano è diventato obbrobrio punito con la morte percuotono l’anima e ci chiedono di non volgere «lo sguardo dall’altra parte», quel che il Papa chiede alla comunità internazionale. La nostra Messa di Pasqua con le campane a distesa, gli abbracci augurali, la festosità di saluti nel nome del Risorto è un apparato vero ed essenziale come la speranza certificata dall’alba della Domenica. Eppure è impossibile vivere questi giorni con la consueta spensieratezza se appena abbiamo fatto caso, nei duri giorni di una Quaresima di sangue, alla voce e al sussurro dei nostri fratelli cristiani ai quali è il nome amato di Gesù (quante volte da noi pronunciato distrattamente) a essere uscito con l’ultimo sospiro, sotto la lama del carnefice. Un’invocazione a ciò che si ha di più caro, essenziale, irrinunciabile. In Iraq, in Libia, in Siria, in Kenya cristiani come noi hanno pagato con la vita la fedeltà a Chi che ha cambiato la storia di tutti, di noi come di loro. Sapevano che era quello il loro nome, e non potevano tradirlo come non si rinnega la propria stessa identità. In questi giorni di Pasqua che come ogni anno ci richiamano all’evento nel quale tutto è definitivamente spiegato non è più ammessa la distrazione che lascia accadere delitti di impensabile crudeltà «sotto i nostri occhi o spesso con il nostro silenzio complice», come ha scandito con toni accorati Francesco chiudendo la Via Crucis di venerdì. Forse è quell’estrema preghiera di una schiera di cristiani – l’eco profonda dell’ultimo sospiro lanciato verso il cielo – la sola forza capace di scalfire lo scudo di indifferenza dal quale ci siamo lasciati inavvertitamente avvolgere nell’ostinata convinzione che quanto accade di là dal Mediterraneo fosse irrimediabilmente affare altrui. Mentre Francesco e tanti nostri pastori non perdono occasione per ricordarci quanto ci è prossima per molte ragioni la tragedia consumata dietro l’uscio di casa, si avverte però il segno di una consapevolezza che ancora non c’era. È questa Pasqua che prova a svegliarci, in cattedrali e santuari, chiese e cappelle in cui il pensiero del «popolo fedele di Dio», come ama chiamarlo Bergoglio, corre spontaneo dalla Croce della redenzione alle croci dove si sta compiendo la vita di cristiani umili come l’agnello pasquale, vulnerabili al dilagare della ferocia fondamentalista proprio perché discepoli dell’Agnello: «In Te, divino amore – ha detto il Papa al Colosseo – vediamo ancora oggi i nostri fratelli perseguitati, decapitati e crocifissi per la loro fede in Te», e ancora – ha aggiunto ieri – «esiliati, uccisi», «martiri di oggi (...) più numerosi che nei primi secoli». Una preghiera emessa a fil di voce nell’ora della morte ci ha scossi, una preghiera per chi ha subìto l’ingiusta condanna dell’innocente è quel che sappiamo di dovere alla loro testimonianza. Mai invocazione tanto corale si è forse levata come in questi giorni per i discepoli martiri del Crocifisso. Rinnovarla con piena convinzione il 24 aprile, com’è stato proposto da Andrea Riccardi la Domenica delle Palme su Avvenire, ricordando i cent’anni del genocidio armeno potrebbe essere gesto per allargare oltre l’appartenenza alla Chiesa il senso di un coinvolgimento che lascia alle spalle letture superficiali e senso di estraneità. Non possiamo relegare al margine del campo visivo la vicenda lacerante che si consuma in Medio Oriente. Sappiamo di doverci sentire parte in causa, una buona volta e davvero fratelli. E un modo per farlo davvero c’è. La nostra fede ha bisogno della conferma che viene dal sangue dei primi cristiani: andare a Roma, nei luoghi dei martiri, dentro le catacombe, sulla tomba di Pietro, è la via per capire che ciò per cui diedero la vita non poteva essere meno di un fatto vero, decisivo, non certo un semplice sistema di pensiero, per quanto ben congegnato. Ciò che la Pasqua di quest’anno dolente ci invita a compiere è un pellegrinaggio interiore tra le sepolture incerte dei martiri nostri fratelli di oggi, dalla spiaggia libica dei 21 copti uccisi dall’Is al campus kenyano dove 150 ragazzi hanno accettato la morte per mano del delirio shabaab. Lì ci inginocchiamo: nella sabbia rossa, sul pavimento dell’università di Garissa, e poi ancora tra le macerie di Mosul e Aleppo, baciando lo stesso sangue di Cristo. Se sappiamo farci pellegrini virtuali nei luoghi dei nuovi martiri nessuno potrà più volgere altrove lo sguardo, perché la distrazione inerte sarà sbaragliata dalla speranza. La pietra del Risorto è già rotolata: di lì sappiamo che esce l’ultima parola.