Opinioni

Un patrimonio da valorizzare. Oltre l’archeologia. Pellegrini in Terra Santa per tener desta la memoria

Giorgio Paolucci lunedì 9 febbraio 2015
​«Quando tornerete a trovarci? Farà bene a voi, farà bene anche a noi. Abbiamo bisogno gli uni degli altri». Non è un saluto di circostanza quello di Adel, l’autista arabo cristiano che all’aeroporto di Tel Aviv si congeda dal piccolo gruppo in partenza per l’Italia a conclusione di un pellegrinaggio in Terra Santa. Nelle sue parole si mescolano la nostalgia per una settimana trascorsa insieme sulle strade percorse da Gesù duemila anni fa e le preoccupazioni per un futuro denso di incognite. Pochi i visitatori, in questi luoghi carichi di storia e di fede. Il sanguinoso conflitto dell’estate scorsa tra israeliani e palestinesi, il clima di tensione che continua a gravare sulla regione, gli effetti della crisi economica che alleggerisce i portafogli di turisti e pellegrini, hanno concorso a far precipitare le prenotazioni di aerei e alberghi. A frenare l’emorragia non sono bastate le reiterate rassicurazioni delle agenzie di viaggio né quelle delle autorità israeliane, a proposito delle condizioni di sicurezza garantite nei luoghi battuti dai pellegrini, una sicurezza che può facilmente constatare chi in questo periodo ha frequentato Nazareth, il Lago di Tiberiade, Betlemme, Gerusalemme. Le notizie che rimbalzano sugli scontri armati in alcune zone del Paese non influiscono sull’accessibilità alle mete tradizionali né sul clima che si respira. Quello che genera sconforto è invece vedere alberghi chiusi, ristoranti poco frequentati, semideserti negozi e bancarelle solitamente animati, e ascoltare gli sfoghi e le preoccupazioni di tanta gente del posto che disegna un orizzonte denso di nubi nere. Preoccupazioni confermate da vari tour operator che operano nella zona.Oggi più che mai “servono” pellegrini. I cristiani hanno bisogno della Terra Santa per tenere desta la memoria di ciò che qui è cominciato, della storia che si è generata e continua a fiorire in tutto il mondo. Perché questi luoghi non si riducano a un grande museo a cielo aperto, alla salvaguardia archeologica di un fatto che appartiene al passato, ma siano l’eco vivente di un Avvenimento che continua ad accadere, e che la testimonianza semplice e travolgente di Papa Francesco fa percepire come un’esperienza possibile per tutti. Per sette secoli i francescani hanno preservato e valorizzato un patrimonio unico al mondo, ricevendo dalla Santa Sede il mandato di “custodi” di questa terra. E qui hanno testimoniato la rivoluzione del cristianesimo, la sua capacità di parlare al cuore di ogni uomo e di sanare le ferite di una società divisa. Continuano a farlo anche oggi, non solo avendo cura dei luoghi a loro affidati, ma anche promuovendo opere dove l’amore per la persona e l’educazione alla convivenza sono l’eredità più preziosa in un contesto in cui “l’altro” è solitamente motivo di sospetto e di inimicizia: scuole, collegi, case per studenti, centri di riposo per anziani, ambulatori, laboratori artigianali. Per frenare l’emorragia di cristiani (ridotti ormai a meno del 2 per cento della popolazione) la Custodia ha acquistato e dato in affitto a canone agevolato 500 appartamenti a Gerusalemme. È un impegno senza sosta per preservare le locali comunità cristiane, le pietre vive della Terra Santa. Un impegno al quale deve affiancarsi il contributo portato dai pellegrinaggi provenienti dall’estero, che portano risorse economiche, occasioni di lavoro e di sviluppo, e un carico umano di testimonianza fraterna nella terra che Paolo VI ha definito “il quinto Vangelo”. Nella sua elementare saggezza, ha ragione Adel, autista cristiano che accompagna i pellegrini: abbiamo bisogno gli uni degli altri.