Opinioni

Il "patto" delineato dal governo . Scuola, passi importanti su cui lavorare

Roberto Carnero venerdì 5 settembre 2014
Due mesi a partire dal prossimo 15 settembre: questo il tempo previsto dal premier Matteo Renzi per una grande consultazione pubblica relativa al 'pacchetto scuola', presentato ufficialmente – dopo annunci, rinvii e indiscrezioni – mercoledì scorso.  Dopo un attenta lettura delle circa 120 pagine del rapporto intitolato 'La buona scuola' (pubblicato sul sito www.passodopopasso.italia.it), si può provare a rispondere all’appello di Renzi e del ministro Giannini. Coloro che nella scuola ci lavorano – chi scrive è uno di loro – vede subito che il 'cuore' del provvedimento è decisamente positivo: immettere in ruolo, a partire dal 1° settembre 2015, quasi 150 mila precari del settore vuol dire offrire finalmente l’agognata e meritata stabilità professionale a molti colleghi. E questo significa, su un piano generale, dare una fisionomia diversa al loro servizio di insegnanti e, su un piano personale, riconoscere loro – dopo anni di incertezza – il sacrosanto diritto di poter programmare il proprio futuro, magari formare una famiglia, ottenere un mutuo per l’acquisto di una casa ecc. Certo, l’operazione ha dei costi per le casse dello Stato: immettendo in ruolo un insegnante precario bisogna pagargli due mensilità di stipendio in più all’anno (luglio e agosto). Lo scoglio sarà la legge di Stabilità 2015, che dovrà prevedere la copertura del provvedimento non solo per il prossimo anno, ma anche e soprattutto, come si dice, 'a regime'.  Tuttavia il provvedimento potrebbe salvare il nostro Paese da ingenti multe europee. Incombe infatti sull’Italia la probabilità di una condanna per violazione del diritto comunitario: una direttiva del 1999 prevedeva l’assunzione a tempo indeterminato per quei dipendenti che avessero lavorato, anche con interruzioni, per un totale di 36 mesi. In questa fattispecie ricadono la maggior parte dei supplenti annuali, e dunque Renzi ha pensato saggiamente di provare a evitare le penalità in caso di non ottemperanza alla norma.  Sono anche altri gli elementi positivi: la previsione di concorsi a scadenze regolari, il dovere della formazione in servizio, il rinnovamento della figura e delle funzioni dei presidi, l’attenzione al problema della dispersione scolastica. Ci sarà modo di tornarci sopra. È però utile soffermarsi su quello che convince meno nelle linee guida pubblicate dal Governo. Due, in particolare, le questioni. La prima è di contenuto: viene annunciato il superamento degli «scatti di anzianità» a vantaggio di quelli che vengono chiamati «scatti di competenza». In altre parole, non ci saranno per i futuri docenti progressioni di carriera automatiche, ma incentivi legati al merito. Va rilevato che in tutti i Paesi dell’Unione Europea almeno una parte degli scatti stipendiali è legata all’anzianità di servizio, che già di per sé dovrebbe essere sinonimo di aumentata competenza professionale. Laddove non lo fosse, sarebbe giusto sospendere quello scatto, ma non si può escluderlo a priori. Convince poco, poi, che venga stabilita in partenza la percentuale, indicata nel 66%, dei docenti che avranno accesso agli incrementi retributivi. E l’altro 34%? Se a ottenere gli obiettivi previsti fosse l’80 o il 90% dei maestri e dei professori, che cosa si farebbe? Il rischio è di innescare una conflittualità interna ai singoli istituti, di cui davvero nessuno sente il bisogno. E anche i parametri sulla base dei quali valutare il merito appaiono piuttosto fumosi, frutto di meccanismi burocratici 'a punti'.  La seconda questione è invece di metodo. Il Governo Renzi afferma di puntare a un patto ampio e condiviso, non all’ennesima riforma calata dall’alto. Decide di farlo attraverso una consultazione diretta dei soggetti interessati – insegnanti, studenti, famiglie ecc. – che vengono invitati a leggere e a discutere il rapporto per poi far pervenire le proprie osservazioni.  A parte i dubbi su chi leggerà e su come saranno utilizzate le migliaia di pagine prodotte con questo sistema, spicca un’assenza clamorosa: quella del sindacato. La parola non compare una sola volta nel documento. D’altra parte Renzi tende a raffigurare i sindacati come corporativi, conservatori, renitenti all’innovazione: una caricatura di una realtà assai variegata e che costituisce, in ogni democrazia, l’insostituibile rappresentanza dei lavoratori.  Chi scrive è un docente iscritto da sempre alla Cisl, il sindacato di ispirazione cattolica, quello che ha il maggior numero di tesserati nel comparto scuola. Negli ultimi anni mi è spesso capitato di criticarlo dall’interno per ciò che mi è sembrato, in varie occasioni, immobilismo o scarsa incisività. Però, provando a guardare le cose con uno sguardo più ampio, ho capito che molte volte si trattava di senso di responsabilità, cioè della consapevolezza che nella generale congiuntura negativa bisognava fare tutti dei sacrifici e che non era opportuno chiedere di più. Non si faccia, quindi, di ogni erba un fascio. Pensare di scrivere un nuovo patto per la scuola senza un confronto diretto anche con le parti sociali, è un’illusione che rischia di assecondare le spinte populiste che purtroppo non mancano nell’Italia che cerca di uscire dal guado delle sue molte e ancora irrisolte 'crisi'.