Opinioni

Inchiesta. La riscossa dei piccoli Comuni d'Italia

di Diego Motta sabato 1 ottobre 2016

Dopo decenni di oblio, lo spirito di sopravvivenza dei piccoli Comuni d’Italia è tornato a soffiare. Sotto lo zero dell’inverno demografico, tra le rughe dei pochi anziani rimasti, in mezzo alle macerie dell’ultimo terremoto, si intravede voglia di riscatto e di rinascita. Ci vorrà tempo, perché da trent’anni a questa parte il vento spinge in direzione contraria. Meno abitanti, meno vita, meno scuole, meno imprese. Così, in quella metà della penisola in cui le comunità non raggiungono i 5mila abitanti, vivono in tutto 10 milioni di persone.

Peccato che una su sette se ne sia andata dal 1970 a oggi e due milioni di case siano rimaste vuote. Deserte. È come se il tempo si fosse fermato, mentre le emergenze, sociali e naturali, esplodevano: dal 1951 l’Italia è cresciuta di 12 milioni di unità, mentre i paesini di montagna ne perdevano 900mila. Da Roio del Sangro, piccolo centro in provincia di Chieti, che ha visto diminuire dell’81% la sua popolazione, ad Arquata del Tronto (-50%) divenuta tristemente nota alle cronache per il sisma del 24 agosto scorso, c’è un elenco lungo 311 Comuni che fotografa la parabola discendente di tanti minuscoli borghi e villaggi.

Ora che l’agenda è cambiata, ora che la proposta di legge per lo sviluppo dei piccoli Comuni è stata approvata alla Camera all’unanimità e che è stato stanziato un fondo di 100 milioni per rispondere ai bisogni specifici di queste comunità, è arrivato il momento di individuare soluzioni su misura. Il compito è arduo, perché il primo ostacolo da affrontare è di tipo culturale e potrebbe sintetizzarsi così: dopo decenni di esodo, silenzioso e prolungato, verso i grandi centri, per quali ragioni si dovrebbe tornare a vivere qui? E come promuovere tutto questo? Attraverso quali politiche? Detto con le parole di Massimo Castelli, coordinatore nazionale dei piccoli Comuni dell’Anci, «che senso ha fare 'Casa Italia' se poi nessuno più vuole restare, in questi posti?». Il riferimento è al piano allo studio per far rinascere e ripopolare la dorsale appenninica: per evitare errori in futuro, occorrerà prima conoscere quelli commessi nel passato.

«Negli anni Settanta – osserva Castelli – le politiche territoriali facevano di tutto per disincentivare l’agricoltura o per dare contributi a chi abbandonava il bestiame. Si diceva: lasciate i campi, andate in città e cercatevi un posto in fabbrica. In altre parole, il vivere rurale era considerato vecchio. I danni fatti all’epoca si pagano oggi».

Lo sradicamento culturale non ha portato però all’automatica cancellazione delle radici, che sono rimaste. In queste zone, ha ricordato il cardinale Angelo Bagnasco, «la cultura dei legami, i mestieri antichi e nuovi, le tradizioni umane e religiose costruiscono un tessuto solido e dinamico». Per questo, ha aggiunto, i piccoli Comuni «meritano ogni attenzione e cura, perché non si sfaldino nella malinconia del tramonto che una certa visione socio-economica ritiene non solo inevitabile, ma persino auspicabile». Sono stati soprattutto i primi cittadini a mettersi alla testa di chi con orgoglio vuole rivendicare, in modo più netto rispetto a prima, l’appartenenza a queste terre. «Lo spirito di comunità c’è ancora e si ricrea quasi naturalmente. Anche tra italiani e stranieri.

In tanti paesini, ad esempio, i cambiamenti sociali sono avvenuti senza grossi traumi. La figura della badante, per fare un esempio, è richiesta qui tanto quanto nei grandi centri» continua Castelli, primo cittadino di Cerignale, nel Piacentino, che aveva 600 abitanti nel 1971 e oggi ne ha 137. «È vero, in molti casi a presidiare le quattro mura che resistono sono solo gli anziani, i bambini sono sempre più pochi e le scuole chiudono. Ma non è un buon motivo per fermarsi». I n attesa dell’annunciato piano 'Controesodo' targato Anci e allo studio dell’esecutivo (un piano sin qui dai contorni indefiniti) vale la pena mettere in fila le priorità di questo momento storico. «Partiamo dalla fiscalità di vantaggio: via l’Irap alle imprese che si insediano in aree marginali.

Secondo: è necessario un fondo perequativo per reinvestire nelle zone in cui si produce. Terzo: messa in sicurezza del territorio, perché l’abbandono ha voluto dire in questi anni dissesto strutturale, alluvioni e frane. Quarto: più servizi, più mobilità e finalmente la banda larga. Quinto: mantenere i presidi che ci sono, a partire dalle farmacie e dalle poste, e trovare modalità che consentano di 'richiamare' chi è partito». Serve un vero e proprio 'piano Marshall', dunque, che metta risorse e idee in circolo al più presto.

Del resto, i più bravi a inventarsi qualcosa di nuovo per dar significato a questa ostinata 'resistenza', sono da sempre quelli del posto. A Cerreto Alpi, in provincia di Reggio Emilia, un gruppo di giovani ha recuperato un’attività dimenticata, quella della produzione della rinomata farina dolce di castagna, per lanciare un’esperienza di turismo di comunità, mentre nel Bellunese è toccato a un’impresa sociale mettere in rete i servizi occupazionali (e non solo) per garantire lavoro e inclusione a 20 Comuni nel pieno del declino, economico e demografico.

L’ultima mobilitazione è stata promossa dal municipio di Malegno, che assieme ad altri 30 centri della Val Camonica, ha presentato ricorso al Tar contro la decisione dell’Ato di Brescia, il cosiddetto Ambito territoriale omogeneo, di respingere la domanda di gestione in autonomia del servizio idrico integrato, che mette insieme acquedotti, fognature e depurazione. «Perché le regole cambiano per uno dei pochi servizi in cui siamo noi in montagna a guadagnare?» si sono chiesti i sindaci della zona, provando a fare rete. Quindi, si sono mossi di conseguenza.

E' infatti il protagonismo dal basso a fare la differenza e in futuro questo 'attivismo civico' conterà sempre di più, ora che anche la politica nazionale promette di interessarsi con maggiore assiduità del tema. La società civile è in campo da tempo. «Ci sono ad esempio molte cooperative di comunità che hanno saputo interpretare i desideri di chi non se n’è andato e hanno provato a rivitalizzare borghi altrimenti perduti» racconta Marco Boschini, coordinatore dell’Associazione dei Comuni virtuosi. 

 L’esperienza di questi anni, di questa lunga e dolorosa traversata nel deserto dei piccoli centri insegna, in fondo, che alla fine «può vincere soltanto chi sa trasformare le reali difficoltà in punti di forza, in opportunità, trovando interlocutori sul territorio». In casi come questi, il solo istinto di sopravvivenza non può bastare.