Opinioni

Così si può costruire la pace. Ora nuove istituzioni globali e riacquisto di armamenti

Raul Caruso venerdì 25 marzo 2022

Nel luglio del 1944, un anno prima della fine della seconda guerra mondiale, i delegati di 44 Paesi si riunivano a Bretton Woods nel New Hampshire e in tre settimane scrivevano le nuove regole dell’economia mondiale. In quella sede, infatti, venivano fondati il Fondo monetario internazionale e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo che poi sarà parte del gruppo Banca mondiale. In breve, in quella sede furono approvate quelle regole e organizzazioni globali che poi hanno contribuito a garantire un benessere crescente e diffuso in gran parte del pianeta, fino alla grande crisi del 2008.

Oggi alla luce della guerra in Ucraina, torna in tutta la sua evidenza l’esigenza di una nuova Bretton Woods nel senso di un momento costitutivo dell’ordine globale. Un momento in cui si proceda all’elaborazione e alla formulazione delle regole per dare forma al mondo una volta che la guerra sarà finita.

Da tempo si sostiene, infatti, che le istituzioni globali sono oramai inadeguate, ma poco è stato fatto per aggiornarle alle nuove esigenze di un mondo con equilibri e dinamiche economiche ben diverse rispetto alla Guerra Fredda. Il conflitto in corso sta ricordando a tutti che purtroppo manca nei governi una visione condivisa del mondo finalizzata a sviluppo e pace. Il rischio è che questa guerra si trascini nei mesi a venire senza che da questa si riesca a trarre il moto per la costruzione di nuove istituzioni che abbiano come fine fondamentale l’edificazione della pace.

Viceversa, così come fu per Bretton Woods, già ora prima ancora che questa guerra finisca è necessario promuovere un tavolo per riscrivere le regole del gioco a livello globale. Come già sostenuto su queste pagine, una nuova architettura istituzionale globale non può che ripartire da un nuovo insieme di regole in materia di controllo degli armamenti. Architrave di questo non può che essere l’espansione dell’«Att», il trattato sul commercio internazionale di armi convenzionali.

L’Att approvato nel 2013 ha visto in primo luogo le ratifiche dei paesi Ue e più recentemente della Cina che dopo averne inizialmente rifiutato il portato e i contenuti ha poi aderito nel 2020. In questo momento, pertanto, se gli Usa ratificassero l’Att, con la sola eccezione della Russia, i principali produttori ed esportatori di armi convenzionali sarebbero vincolati a una serie di regole. Il Presidente Joe Biden, che ha già mostrato in materia di commercio di armi una chiara differenza rispetto al suo predecessore, ha l’occasione di 'usare' questa guerra quale spinta per la ratifica dell’Att. La ratifica americana rappresenterebbe un vero punto di svolta e da questa potrebbero generarsi una serie di avanzamenti diplomatici anche nei confronti di Pechino.

Le democrazie europee, in coerenza con quanto da loro stesse ratificato, hanno l’occasione di proporre all’alleato americano di compiere finalmente questo passo alla luce del fatto che l’assenza di regole e controllo nel mercato delle armi costituisce un rischio oggettivo per l’intera comunità internazionale. Il secondo pilastro in questa re-formulazione di regole per il controllo degli armamenti dovrebbe essere l’istituzione di un fondo globale per un riacquisto di armi convenzionali e armi leggere. In pratica dovrebbe costituirsi un fondo di emergenza gestito dall’Onu per acquistare armi dai governi di paesi più poveri e di quelli in via di sviluppo per poi distruggerle. Questo riacquisto globale generale di armi può essere creato e finanziato attraverso un accordo multilaterale e gestito da un’agenzia o commissione speciale presso l’Onu.

La contrazione dell’economia annunciata potrebbe favorire un’operazione di questo tipo. I governi dei paesi più poveri, infatti, già in difficoltà a causa della pandemia, soffriranno nei prossimi mesi gli choc nei mercati derivanti da questa guerra e potrebbero avvantaggiarsi nel ricevere direttamente nuova liquidità o creare riserve a cui attingere per far fronte alle difficoltà negli anni a venire. I benefici per i governi sarebbero evidenti. In primo luogo, essi otterrebbero finanziamenti senza essere soggetti ad alcuna condizionalità se non quella della cessione delle armi e l’impegno a non riacquistarne.

In secondo luogo, tale compensazione monetaria potrebbe anche creare un incentivo per far rispettare i cessate il fuoco e i trattati di pace su base regionale nelle aree più povere del mondo. Chiaramente un meccanismo di questo tipo esso non potrà funzionare senza un adeguato sistema di enforcement e di monitoraggio al fine di evitare i comportamenti opportunistici degli eventuali beneficiari.

La necessità di disarmare i paesi più poveri nasce dal fatto che si deve limitare il rischio di contagio dove lo choc della guerra in corso andrà a minare la stabilità sociale in particolare a causa della contrazione economica e l’aumento della povertà, che cominciano a manifestarsi in particolare in virtù della crescita incerta dei prezzi dei beni alimentari. Rinviare un momento costitutivo su questi temi potrebbe aumentare l’incertezza e determinare un’estensione di tutte le guerre in corso andando a minare in maniere definitiva la vita delle nuove generazioni in molte regioni del mondo.