Opinioni

Esclusione e inclusione di immigrati. Oltre il «caso Lodi» (chi non ci sta)

Maurizio Ambrosini mercoledì 14 novembre 2018

Il caso di Lodi, di cui questo giornale ha dato conto nelle scorse settimane, non è isolato e riflette sentimenti che nella fase attuale sono condivisi da molti. Nella città lombarda è stata disposta l’esclusione dalla mensa dei figli di immigrati che non erano in grado di pagare il costo intero del pasto né di produrre una documentazione patrimoniale per molti impossibile da ottenere, come hanno dichiarato anche diversi Consolati stranieri, e non richiesta alle famiglie italiane. In Veneto, su iniziativa in questo caso della Regione, è stato adottato un provvedimento analogo per escludere gli studenti di origine immigrata dall’accesso ai buoni-libro. In molti Comuni, i sindaci si erano mobilitati nel recente passato contro l’accoglienza dei richiedenti asilo sul loro territorio.

Si potrebbero citare altri esempi, riferiti soprattutto alle regioni settentrionali. Un sentire diffuso, vittimista e rancoroso, propaga l’idea che gli immigrati godano di ingiusti privilegi, che siano trattati meglio degli italiani dalle istituzioni pubbliche e magari persino dalla carità cristiana.

Tempo fa Luigi Di Maio ha dichiarato che il reddito di cittadinanza sarà attribuito soltanto agli italiani, dimostrando di non conoscere o di voler infrangere varie norme europee e nazionali. Ma già molte amministrazioni locali si sono incamminate sulla stessa strada, perseguendo un filone specifico di politiche sociali di esclusione a danno degli immigrati. Possiamo definirle come politiche che scavano un solco tra 'noi' e 'loro', stabilendo una linea di demarcazione tra i membri effettivi, a pieno titolo, della comunità locale, e gli estranei che pur vivendo, lavorando e pagando imposte sul territorio non sono ritenuti residenti legittimi. Si produce un dualismo tra la componente maggioritaria (gli insiders, coincidenti con la popolazione autoctona storica) e gli outsiders, il cui diritto di residenza è ridefinito in forme limitate e condizionali. In tal modo i sindaci si ergono come difensori dei cittadini per nascita, della loro sicurezza e della priorità dei loro interessi (più che diritti), nei confronti dei presunti 'invasori'. Pensiamo alla discriminazione intenzionale, nemmeno implicita, insita in slogan come 'prima gli italiani' e 'padroni a casa nostra'. Come se le famiglie immigrate fossero meno degne di accedere ai servizi locali o gli spazi pubblici fossero proprietà privata dei residenti storici. Per di più in tempi difficili per le finanze locali queste misure comportano un apparente beneficio: non costano nulla, e in casi come quelli di Lodi e del Veneto possono persino vendere l’idea accattivante di comportare dei risparmi per i bilanci pubblici. Al prezzo di dividere la società, seminando sfiducia ed estraneità: il contrario dell’integrazione da perseguire.

Il caso di Lodi è però interessante anche per un altro motivo: ha innescato una vibrante reazione, prima di tutto da parte di un folto gruppo di insegnanti, e poi da parte dei numerosi donatori che da varie parti d’Italia e anche dall’estero hanno contribuito a una colletta lanciata su internet. Sono stati raccolte decine di migliaia di euro per finanziare il ritorno a mensa dei figli di immigrati, in nome del rifiuto di una sorta di apartheid scolastica. La società civile oggi, più che la politica, reagisce all’esclusione, alla discriminazione e all’ostilità del discorso pubblico nei confronti di immigrati e rifugiati. Molti cittadini singoli e gruppi variamente organizzati vedono oggi nelle questioni dell’immigrazione e dell’asilo un campo di battaglia decisivo per l’affermazione dei diritti umani e la difesa dei valori democratici. Non si tratta di élite benvestite e globalizzanti o di estremisti arrabbiati, come pretende la propaganda sovranista, ma di cittadini normali e consapevoli, come gli insegnanti di Lodi. Spesso anche di credenti impegnati.

La questione dell’immigrazione e dell’asilo non è solo altamente simbolica per i paladini dei confini, ma anche per chi milita per una società più fraterna e pacificata. Internet non è solo il dominio dell’odio e delle fake news , ma anche un’opportunità per organizzare gesti di solidarietà, far circolare una narrazione più equilibrata, diffondere esempi positivi da imitare.