Opinioni

editoriale. Occupazione, fisco, finanza Una nuova agenda per l'Ue

Leonardo Becchetti giovedì 16 gennaio 2014
L'Europa non è il buen retiro dei politici falliti, ma il luogo dove oggi si decide quasi tutto dei nostri destini. Le elezioni europee e il prossimo semestre di presidenza italiana rappresentano un’occasione fondamentale per modificarne l’agenda. In quale direzione? Sul piano economico abbiamo molto da imparare dalle politiche monetarie e fiscali oltre che dalla riforma della finanza in corso di realizzazione negli Stati Uniti, che si sono ripresi rapidamente dalla crisi: il tasso di disoccupazione è sceso al 6,7%, mentre quello dell’Unione europea è ancora oltre il 12% (con enormi differenze, peraltro, tra i diversi Paesi membri, e con la disoccupazione giovanile italiana oltre il 40%). In questa direzione proviamo ad avanzare una proposta di programma in 5 punti, da sottoporre a tutte le forze politiche.
1 L’Ue deve imparare a sfruttare il "dividendo monetario" della globalizzazione. Ovvero deve prendere atto che con la concorrenza globale dei Paesi poveri ed emergenti il problema dell’inflazione è del tutto marginale ed è possibile pertanto pigiare sull’acceleratore dell’espansione monetaria, come ci insegnano gli Stati Uniti. Gli 85 miliardi di operazioni di mercato aperto al mese del Tesoro americano sono state un’incredibile iniezione di moneta che ha attualizzato il famoso suggerimento Friedmaniano (ma di stampo Keynesiano) di gettare banconote dagli elicotteri (helicopter drop of money). Questo impulso, assieme alle politiche fiscali espansive e di cambio, ha sostenuto la domanda aggregata e fatto ripartire il Paese. Il problema della disoccupazione non si risolve solo intervenendo sul mercato del lavoro con un Jobs act, perché è soprattutto un problema di domanda aggregata. Dobbiamo chiedere una revisione dei trattati e una Banca centrale europea (Bce) che, come la Fed americana, si ponga l’obiettivo esplicito di ridurre la disoccupazione.
2 Le politiche monetarie espansive sono meno efficaci se "pompano" la liquidità monetaria in un acquedotto pieno di buchi e inefficiente. Fuor di metafora: vanno ad alimentare la speculazione finanziaria, più che i finanziamenti a famiglie e imprese, se finiscono in banche e intermediari orientati ad attività speculative per via dell’imperativo di creare valore per gli azionisti. Rischiando così di produrre "inflazione finanziaria", ovvero bolle. Bisogna invece riparare l’acquedotto, applicando quanto suggerito dalle maggiori commissioni di esperti internazionali (Liikanen nell’Ue e Vickers nel Regno Unito) per vietare alle banche di fare trading proprietario. Gli Stati Uniti l’hanno capito e hanno varato una normativa severa che ripristina di fatto quanto era in vigore nel secolo scorso. L’Europa sta procedendo molto più blandamente in questa direzione. La riforma della finanza è essenziale. Bisogna prevenire nuove crisi finanziarie e il rischio di ulteriori interventi di salvataggio pubblico. La tassa sulle transazioni finanziarie approvata assieme alla Volcker rule in Europa produrrebbe poi introiti importanti e ridurrebbe significativamente l’incentivo degli intermediari a fare transazioni speculative ad alta frequenza. Se persino i cinesi stanno studiando l’adozione di una Tobin tax prima di aprire i loro mercati finanziari è perché temono che essi diventino preda della finanza speculativa e con questo siano meno funzionali al finanziamento di cittadini e imprese. Assieme a questo dobbiamo modificare i sistemi di incentivo perversi che spingono trader e manager a mettere a rischio la vita delle loro aziende sapendo che intascheranno gli eventuali benefici non accollandosi il rischio.
3 Globalizzazione e libero scambio non sono il fine a cui sacrificare ambiente e diritti, ma il mezzo per avere uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile. L’Ue, con la Social Business Initiative, ha capito che misure di premialità fiscale e regole sugli appalti che privilegino le filiere a maggiore contenuto sociale ed ambientale non sono ostacoli al libero commercio, ma strumenti di policy fondamentali per costruire un’economia al servizio della persona ed evitare che la globalizzazione si trasformi in una corsa al ribasso sui diritti. Dobbiamo insistere su questo fronte sostenendo e supportando anche tutte le iniziative dal basso che la società civile e il mercato stanno costruendo in questa direzione (app per il consumo critico, mobs, voto col portafoglio, società di rating etico).
4 Evasione ed elusione fiscale costano ogni anno 1 trilione all’Ue e 180 miliardi solo all’Italia. I 60 miliardi di evasione delle grandi imprese sono aggredibili con iniziative già adottate in alcuni Paesi e in corso di esame in Europa. I meccanismi di elusione consistono essenzialmente nella creazione di società fittizie in paradisi fiscali nelle quali le imprese trasferiscono i loro utili attraverso finte transazioni (acquisti di servizi, consulenze, ecc.). Per combattere l’elusione è necessaria una contabilità Paese per Paese, il registro pubblico delle imprese per risalire alla vera proprietà (registro che noi abbiamo ma Germania ed Austria ad esempio no) e criteri minimi di trasparenza fiscale come soglia per partecipare agli appalti. Non è possibile parlare di Europa unita se ancora i Paesi membri si fanno concorrenza fiscale sleale tra di loro. Ogni iniziativa fiscale di contrasto sarà molto più efficace se perseguita a livello europeo invece che in un solo Paese (come nel caso della proposta della Google tax). L’Europa è dunque la sede giusta per riproporre con forza il tema
5 L’Europa non è un’«Oca» (ovvero una «Optimal currency area», che in inglese significa area valutaria ottimale). E la letteratura economica insegna che le unioni monetarie possono funzionare solo in aree valutarie ottimali nelle quali gli choc sono simmetrici. I surplus di bilancia commerciale sono la fotografia delle asimmetrie che rendono difficile se non impossibile il funzionamento della moneta unica. Non devono essere consentiti oltre certi limiti e vanno reimpiegati per politiche di stimolo alla domanda dell’eurozona. E i Paesi in surplus come la Germania che in passato hanno beneficiato di condoni del debito (due volte nel dopoguerra) oltre che di generosi sforamenti dei vincoli di bilancio, devono oggi fare altrettanto con i loro partner in difficoltà se vogliono salvare l’unione monetaria.
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