Opinioni

Voto pieno d'attesa e di polemica. Fase nuova probabilmente

Marco Tarquinio martedì 31 maggio 2011
Si profila una fase nuova per la politica italiana. Certo faticosa, ma interessante e coinvolgente come possono diventarlo – se condotte con lungimiranza – tutte le transizioni da un tempo politico a un altro. Il voto amministrativo 2011 (avviatosi il 15 e 16 maggio e completatosi ieri pomeriggio, pur con un importante tempo supplementare in Sicilia) offre questa indicazione e questo senso a un itinerario che si va delineando già da qualche mese. Il vecchio bipolarismo "furioso", quello nato nel 1994 e che tre anni fa si era cercato invano di piegare in senso bipartitico, è in evidente crisi. Anche se il governo di centrodestra non è in crisi e, a quanto è dato di capire, per logica di sopravvivenza e per interessi convergenti di tutti i principali attori politici, non lo sarà fors'anche sino alla fine naturale della legislatura. Se sarà davvero così, ci sarà il tempo – pur in una stagione di governo difficile ed esigente – per aprire il cantiere della "ristrutturazione" di partiti e alleanze. E questo sarà certamente un bene. La primavera elettorale, come si vede, ha insomma prodotto frutti strani, attraenti e complicati. Ma stavolta i contorni del risultato e della tendenza che disegna appaiono piuttosto chiari. Le vittorie – a cominciare da quella di Giuliano Pisapia a Milano e di Luigi De Magistris a Napoli – fanno sempre rumore, si sa, ma le sconfitte non scherzano. Anzi, sono proprio le sconfitte a incidersi e a risaltare con più forza in questo verdetto di maggio. Per la prima volta da anni, il centrodestra capitanato da Silvio Berlusconi e dal 2008 imperniato sull'asse preferenziale (e pressoché esclusivo) tra Pdl e Lega incassa – come hanno ammesso in coro i big dei due partiti – una «sberla». Anche se a prima vista non si tratta di una frana (nel computo totale l'attuale maggioranza di governo passa, nei 30 Comuni maggiori, da 10 governati a 8), quando si scruta nel dettaglio e nei territori si capisce che c'è stata una notevole inversione del trend che vedeva questa coalizione recuperare, anno dopo anno, posizioni rispetto a un centrosinistra tradizionalmente ben radicato nelle realtà amministrative locali. E c'è di più. I ballottaggi hanno reso più nitido un dato emerso sin dal primo turno: la Lega Nord non beneficia delle battute d'arresto del Pdl e perde a sua volta posizioni di rilievo (come a Novara) o scommesse forti (come quelle competitive "con tutti" – alleati nazionali compresi – lanciate in Lombardia). Ma soprattutto salta agli occhi l'impressionante rottura del feeling tra l'attuale premier e un elettorato lombardo e settentrionale e che gli aveva sempre e comunque garantito un alto tasso di gradimento. Per questo il verdetto più sonoro, sommando i numeri di primo e secondo turno e facendo la tara del risultato siciliano che si completerà tra due settimane, è sinora proprio quello che riguarda Berlusconi e che lui stesso – presumendo troppo – aveva invocato e che, alla vigilia dei ballottaggi, era riandato a cercare anche con l'ostentata esportazione sulla scena internazionale della sua battaglia con i pubblici ministeri che l'hanno più volte portato a processo. Poiché a piangere (metaforicamente, s'intende) è l'uomo che da 17 anni guida il centrodestra e che è diventato la figura (o, se si vuole, il fattore) perno del bipolarismo italiano, i leader dell'opposizione ridono e sorridono. Ma la loro soddisfazione e il loro ottimismo sono più di facciata che di sostanza. Il Pd, pur essendo la principale forza di alternativa, si ritrova con un "ruolo scudiero" proprio nelle due piazze simbolo di quest'elezione – Milano e Napoli – ed è rimasto lontano dai massimi storici di consenso giusto quanto basta perché si sia fatto spazio per l'insediarsi (diseguale tra nord e sud, ma a tratti prorompente) di proposte alternative più radicali della sua. L'elenco va dagli alleati-competitori dell'Idv (con Napoli fiore all'occhiello), alla nuova sinistra vendoliana (Milano per trofeo), dalla storica sinistra antagonista e neocomunista (qua e là rediviva) ai non irregimentabili attirati dalle Cinquestelle care a Beppe Grillo (Bologna e il centronord come luoghi di presa). Il Nuovo polo di centro (Udc, Api) e destra (Fli) ha, invece, rimesso in gioco i suoi (non straripanti, ma pesanti) consensi e ora – a bocce ferme – è evidente come l'abbia fatto soprattutto da forza d'opposizione e, dunque, "contro" il centrodestra di Berlusconi, pur non partecipando quasi mai (eccezione eclatante Macerata) alle vittorie come decisivo partner di governo. C'è molta polemica, come si intuisce, nel quadro delineato dagli elettori (e lo sottolinea anche l'ulteriore impennata delle astensioni tra primo e secondo turno). Polemica con chi governa il Paese, in qualche caso con chi aveva governato Comuni e Province, in tutti – a ben vedere – con l'attuale assetto politico. C'è da augurarsi, ora che non ci sia polemica da parte di nessuno con l'Italia che s'è espressa nel voto e con le sue attese vere e urgenti, ma si mettano in campo ascolto serio e risposte all'altezza. E questo su due piani. Il primo è quello cittadino: nell'azione dei nuovi amministratori sulle città "conquistate" non si sviluppi, cioè, anche una spinta a farle teatro di sperimentazioni e forzature ideologiche (su famiglia e welfare, prima di tutto) invece che luogo di pratiche amministrative buone, perché utili ed esemplari (come a Parma, tanto per fare un esempio non casuale). Il secondo piano è quello nazionale: ogni schieramento ha molti e gravi motivi per far tesoro della pesante parola detta dai votanti (e dagli astenuti). Il centrodestra, in maggioranza in Parlamento, non cerchi specchi compiacenti per credersi ancora maggioranza nel Paese e, secondo i liberi impegni assunti, lavori con urgenza alle riforme a lungo promesse e non più rinviabili, a cominciare da quella fiscale. Le diverse opposizioni, invece, fatta la festa, non si regalino un autoinganno: nulla è già fatto nella costruzione di alternative all'oggi vincenti e largamente convincenti. E nulla è scontato quanto a soggetti in campo e scelte di schieramento. Chi dovesse pensare il contrario, avrebbe cominciato – pur riuscendo, ora, a prevalere – a ripetere errori già fatti e a preparare sconfitte "a orologeria" già vissute dai governi caduti nel 1998 e nel 2007. Se è davvero una fase nuova quella che si profila, lo capiremo anche da qui. ​​