Opinioni

Nulla sia dimenticato. Pulizie etniche: crimine efferato

Giorgio Ferrari giovedì 23 novembre 2017

Non è affatto una sorpresa la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja all’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic per genocidio e crimini di guerra perpetrati tra il 1992 e il 1995 durante la guerra di Bosnia. Poteva forse scampare Mladic a una verità giudiziaria che allineava a suo carico molti capi d’accusa, tanto da fare del «macellaio di Srebrenica» (titolo guadagnato “sul campo” grazie ai massacri compiuti su una popolazione inerme) una perfetta incarnazione del male e – per dirla con Hannah Arendt, che coniò questa lucida locuzione nel corso del famoso processo contro Adolf Eichmann – sulla sua raggelante banalità? No di certo.

Troppo esteso ed esplicito il catalogo dei crimini: dal massacro di Srebrenica – vero e proprio genocidio, secondo la Corte, cui prese parte il degno compare Željko Ražnatovic, noto come “Arkan la tigre” – al disegno, accuratamente perseguito, per eliminare la popolazione non serba dalla Bosnia fatto di sanguinose operazioni di pulizia etnica, di stupri di massa, di martellanti bombardamenti d’artiglieria che nella sola Sarajevo causarono la morte di 10mila civili. «Un monito – ha proclamato dopo la lettura della sentenza il presidente della Corte, l’olandese Alphons Maria Orie – che chi perpetra simili crimini non sfuggirà alla giustizia, non importa quanto possano essere potenti o protetti, non importa quanto il procedimento legale potrà durare».

E proprio queste parole, più ancora della sentenza e della pena (il ricorso sarà inevitabile; la conferma, supponiamo, altrettanto), assumono il crisma di un’inesorabile e memorabile lezione al mondo intero: la follia di voleri depurare un popolo dalle etnie e dalle appartenenze considerate “spurie” (i musulmani di Bosnia, in questo caso, ma vale per tutti: dai cristiani perseguitati in Africa e Medio Oriente ai rohingya in Myanmar, agli yazidi nel nord dell’Iraq) è puntualmente destinata alla sconfitta più rovinosa.

L’immagine stessa del 75enne Mladic, estradato all’Aja nel 2011 dopo 16 anni di latitanza, e oggi bilioso e malandato generale che dà in escandescenze durante l’udienza e minaccia giudici e giornalisti, è l’icona di un’ideologia malata e ripugnante. Nella quale si trova – anche fisiognomicamente – in buona compagnia: il suo sodale Radovan Karadžic, condannato l’anno scorso a 40 anni dalla medesima Corte per i medesimi reati offre ai nostri occhi l’immagine di una cupa esaltazione, di una voluttà nell’ordalia di sangue che ha lambito anche – se pure senza decisive prove a carico – lo stesso Slobodan Miloševic e il presidente della Repubblica Serba di Krajina Milan Babic, entrambi accusati dei medesimi crimini ed entrambi morti in stato di detenzione.

Non nascondiamocelo: figuri come Mladic conservano tuttora un parterre di ammiratori disposti a considerarlo un eroe, a cominciare dal presidente della Repubblica Serba di Bosnia e Erzegovina Milorad Dodik. Ma il vento è cambiato. Oggi al posto del “boia dei Balcani” (altro illustre soprannome per il mai pentito Mladic) e dei suoi sodali si affacciano uomini e figure nuove. Come il giovane presidente serbo Aleksandar Vucic o i croati Kolinda Grabar-Kitarovic e Ivo Sanader, che guardano all’Europa e non più al miraggio impossibile di una Jugoslavia come quella che con pugno di ferro governava il maresciallo Tito, e men che meno al sogno sanguinoso della pulizia etnica.

Purtroppo i pronunciamenti del Tribunale dell’Aja non bastano a dissipare la memoria di quegli anni di orrori, né possono risarcire le migliaia vittime di quella stagione di sangue. Nondimeno queste sentenze hanno il pregio e il compito di mettere la parola fine e di chiudere i conti con un passato tragico. Rendono più forte la memoria. E lasciano alla Storia, al giudizio dell’umanità e, infine, a Dio il verdetto definitivo.