Opinioni

Il direttore risponde. Non è tempo di insensatezze

Marco Tarquinio giovedì 5 settembre 2013
Gentile direttore,
insegno Storia dell’arte, ma non solo. Ai miei alunni ricordo sempre di essere innanzitutto un educatore. Prospetto l’arte passata sottolineando gli agganci col presente e gli spunti edificanti. Un esempio? A Firenze, nella chiesa del Carmine, c’è la Cappella Brancacci, dedicata a Felice, imprenditore, come si direbbe oggi, prestato alla politica. Felice Brancacci, in pieno umanesimo, si autocelebra identificandosi in san Pietro. Il ciclo figurativo, magistralmente dipinto da Masaccio, è ispirato agli Atti degli apostoli e alla attualità politica dell’epoca. Tra i tanti episodi, uno, il 'Tributo della moneta', vede Cristo col suo seguito avvicinato da un gabelliere che richiede la tassa necessaria per poter accedere alla città della quale si scorge la porta. La pittura è arte muta, e si sa. Ma Masaccio la rende eloquente. Alla richiesta, Cristo risponde con l’intimazione a san Pietro perché corrisponda, attraverso un miracolo, il dovuto all’esattore. L’episodio si conclude assecondando il passo evangelico, attribuito a Gesù e variamente interpretato. È il monito laico per l’obbedienza di tutti ai doveri civili: «Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio». L’opera, da sempre, mi fornisce il pretesto per spiegare ai miei alunni che il pagamento delle tasse è un dovere civile al quale nessuno può sottrarsi, anche se questo – ironicamente – esige un 'miracolo'. L’imprenditore, prestato alla politica, Felice Brancacci, che aveva a cuore la res publica e l’equità sociale, introdusse nella Firenze quattrocentesca il catasto. L’istituto – racconto ai miei alunni – che censisce, ancora oggi, il patrimonio di ciascuno perché il carico fiscale sia distribuito, secondo buon senso, in modo che chi più ha, più dà. In conclusione chiarisco che il prelievo fiscale non equivale a mettere le mani nelle tasche dei cittadini, ma serve a garantire, ai cittadini stessi, istruzione, sanità e tutti quei servizi sociali che identifichiamo come welfare. Sottrarsi al pagamento delle tasse, è un furto ai danni di chi deve curarsi, istruirsi, circolare, proteggersi e, perché no, anche amministrare. Perché la politica, intesa come servizio e amministrazione della cosa pubblica, ha un costo. Chi svolge questo servizio deve essere capace, saggio, onesto ed equo. È a questo punto che, sempre, colgo qualche sorrisino e tanto tanto scetticismo. Ma qui entra in campo l’educatore. Dico ai miei ragazzi che, sebbene sembri una pretesa utopica, occorre credere che ciò si debba e si possa ottenere. Da laico, com’era probamente anche nei propositi di Brancacci e Masaccio, impiego Cristo – non appaia blasfemo – come testimonial per la promozione del catasto, della equità fiscale e del dovere di corrispondere il dovuto per il bene comune. Ora che dal periodo feriale usciamo con un senatore-imprenditore, ex premier, condannato in via definitiva per frode fiscale, che pretende di governare ancora attraverso un provvedimento ad personam o una amnistia 'svuota carceri', nonostante non sia in carcere e non ci andrà mai, dovrò forse eliminare Masaccio dal programma del prossimo anno scolastico? Per un istante, penso al povero Masaccio. Lo immagino costretto a celebrare il Brancacci di oggi, obbligato a ispirarsi all’«agibilità», neologismo politico-penale, sinonimo di impunità. Con la sua arte muta, conoscendolo, renderebbe eloquente il tutto facendo un 'quadro nero'. Nero e vero.
Gianfranco​ Pignatelli
Non elimini Masaccio dal programma di Storia dell’arte (e di Educazione civica), gentile professor Pignatelli, ma non esalti troppo Brancacci (che non era poi questo gran stinco di santo…). Non pensi neanche per sbaglio che possa apparire blasfemo richiamarsi alla parola di Gesù Cristo nel vivere la propria civile cittadinanza (e non si preoccupi se qualche mangiapreti di professione dovesse, per questo, stolidamente insolentirla per lesa laicità…). E, infine, non ingigantisca la pretesa e l’attesa del senatore Silvio Berlusconi. Tornare a governare? Non credo proprio. Per quel che vale, io mi sono fatto l’idea che il presidente del Pdl abbia soprattutto una preoccupazione dopo la definitiva condanna per frode fiscale e frode agli azionisti Mediaset: quella di non uscire di scena 'in manette' per una qualche altra clamorosa iniziativa di un qualche pm pronto a cogliere l’attimo della «decadenza» e, dunque, della cessazione dello scudo che impedisce l’arresto di un parlamentare della Repubblica (possibile, com’è noto, solo in caso di flagranza di reato), per consegnare alla stampa nazionale e internazionale la 'foto dell’anno': un ex premier, quell’ex premier, che viene prelevato dalle forze dell’ordine... Posso sbagliarmi, ma questo mi sembra alla fin fine il vero problema. E proprio a questo (e a null’altro) mi fa pensare il concetto – francamente un po’ disperato e disperante – di garantita «agibilità» per l’ex dominus della politica italiana. Che un simile spettro aleggi, dimostra solo quanto profonda sia diventata l’ostile sfiducia tra settori della politica e settori della magistratura e quanto 'nero' sia ormai il vecchio quadro istituzionale. Penso anch’io, come tantissimi italiani, che non sia il caso di insistere, da parte di nessuno, nel renderlo più fosco. E credo che un’ulteriore, frettolosa e persino vendicativa spinta a umiliare Berlusconi (ormai gravato da una condanna in Cassazione e destinato a lasciare il Parlamento non appena sarà quantificata la precisa durata della sua interdizione dai pubblici uffici) contribuirebbe solo a umiliare l’Italia. Di tutto abbiamo bisogno meno che di una insensata crisi di governo seguita da un’indecorosa e mortificante ricerca di una risicata maggioranza di scorta, mentre l’Italia – unica tra i grandi Paesi – si trascina ancora nel cono rovesciato della crisi economica e si prepara a fronteggiare una nuova crisi bellica alle sue mediterranee porte di casa... È proprio tempo, mi creda, caro professore, di vivere e insegnare le virtù civiche, di continuare a intelaiare una nuova 'tela' per il gran dipinto della nostra democratica Repubblica, e di cominciare a 'fare' un quadro semplicemente diverso, e migliore.