Opinioni

Una parte della «liberazione» è rimasta duramente incompiuta. Non si è ancora cominciato a stare coi matti e le loro famiglie

Davide Rondoni venerdì 12 febbraio 2010
Ogni tanto un film, una canzone, un libro suscitano un interesse generale intorno ai "matti". A volte succede per qualche maledetto fatto di cronaca. Altre – e questo è il caso – perché si è deciso di fare una fiction. Ieri, su questa pagina, Ferdinando Camon ha applaudito con delicatezza e forza Franco Basaglia applaudendo la fiction sulla sua giusta battaglia per chiudere i manicomi. Non ho visto la fiction, ma conosco parecchia gente che ha problemi di salute mentale e parecchie persone che lavorano nel campo. E la poesia italiana è sotto il segno di Campana, grande recluso. Perciò so una cosa: la malattia mentale, quando non è appena un disagio esistenziale o sociale è una cosa tremenda. È dura. È una così violenta menomazione dell’uomo, da lasciare senza fiato. Ho in mente nomi e persone, mentre lo scrivo. E ho in mente la fatica delle loro famiglie. Che a volte sono in parte causa del disagio che diviene malattia, a volte invece sono vittime. Povere vittime. Famiglie come nidi violentati da un buio artiglio. Famiglie troppo spesso lasciate sole.Ecco, si sono chiusi i manicomi, e per fortuna si sono attivate molte iniziative di sostegno, di ospitalità. Molte le combinazioni, i tentativi. Esperienze d’avanguardia, come  Casa Mantovani a Bologna, dove sanità pubblica e capacità di assistenza privata e esperienza di carità han dato vita a una casa modello. Oppure, all’opposto, come la cronaca ci ha mostrato troppe volte, la riedizione mascherata di manicomi. Quando non di quasi canili. Non è facile, non è per niente romantico affrontare la malattia mentale. Lo sanno i medici, gli assistenti, gli operatori. Lo sanno i cuochi, le donne delle pulizie. I datori di lavoro. E lo sanno soprattutto le famiglie. Coloro che vedono una persona amatissima diventare un’altra cosa. Che vedono una maschera coprire il volto.Dunque, giusto chiudere i manicomi e abbattere muri e vincere segregazioni. Ma una parte di questa cosiddetta "liberazione" è rimasta incompiuta. Vedere il sofferente di disturbi mentali come problema sociale ha rischiato e rischia, per paradosso, di non tener conto debitamente del suo primo contesto umano e sociale, dell’ambito che per primo patisce per lui e con lui: la famiglia. I padri e la madri. I poveri padri e le povere madri. Che alla sofferenza devono aggiungere l’impotenza. E che allo sperdimento devono aggiungere la solitudine. A opporsi a tale solitudine e impotenza ci si sono messi in tanti: enti, case, istituzioni. Ma non è ancora abbastanza.Bene fanno artisti o scrittori ad affrontare il tema. Ma è grande il rischio di indulgere o addirittura di sfruttare una questione drammatica per altri scopi. Una misura esemplare di serietà e forza la diede Giuseppe Pontiggia nel suo ultimo romanzo, dedicato al suo rapporto con il figlio "ritardato". In poesia, specialmente, si hanno avuto esempi di discrezione e forza nel trattare il tema. I nomi sono tanti. Occorre dunque che dopo l’emozione che certi exploit sollevano, si faccia attenzione non solo agli attori della fiction ma anche agli attori veri: i malati, innanzitutto, per i quali terapia e amicizia sono preziosi come il pane. E poi le loro famiglie, dimenticate e lasciate sole mentre si chiudevano giustamente i manicomi.Il contrario del brutto patetismo è la vera, dura, quotidiana compassione. La cura, come si intende con la parola antica del "prendersi cura". E l’opposto della mielosa sdolcinatura che a volte s’accompagna al tema è la sana allegria di chi, facendosi compagno dei malati di mente, ne scopre la forza e la sorprendente simpatia. Intendo quella simpatia di cui son capaci gli angeli e le creature più vicine al cielo.