Opinioni

L'esperimento fallito. Non è il gene (del Nobel) a fare il genio

Luigi Ballerini venerdì 24 ottobre 2014
Potrebbe sembrare un esperimento scientifico, o forse ancor di più la trama di un film di fantascienza, ma non sono né l’uno né l’altra. Davvero nel 1980 e fino al 1999 una persona di nome Robert K. Graham ha costituito in America quella che dalla stampa è stata definita la Nobel Prize sperm bank, una banca del seme da soli donatori 'geni'. I donatori – reclutati nei Campus universitari più prestigiosi tra studenti dal Quoziente Intellettivo fuori scala, campioni olimpici e professori con i massimi riconoscimenti nel loro campo – erano tutti maschi bianchi con alte qualità già dimostrate sul campo. Le dichiarazioni di Graham non lasciavano dubbi quanto alla sua visione sull’umanità. «Migliore è il patrimonio genetico, migliori saranno gli individui che ne deriveranno. Più povero il patrimonio genetico, più inutili e nocivi saranno gli individui che ne deriveranno». Proprio così, inutili e nocivi.  Non stupiscono le accuse mosse a suo tempo quanto al possibile rigurgito di una tentazione nazista di creare una «super-razza», bianca, di soggetti «superiori» e iperintelligenti. Un programma tv americano sulla Cnn – This is life with Lisa Ling  (Questa è la vita, con Lisa Ling) – s’è recentemente preoccupato di recuperare alcune delle storie dei 215 bambini nati da quel particolare tipo di approccio, almeno quelle di chi ha accettato di parlare in pubblico. Così abbiamo scoperto che se effettivamente queste persone sono state dei bravi alunni a scuola, da adulti ora conducono una vita abbastanza ordinaria: Tom si occupa di copertura di tetti, Leandra è una cantante, Courtney balla mentre Logan ha una forma di autismo. Buoni professionisti probabilmente, ma non certo quella nuova genìa di soggetti che avrebbero dovuto cambiare il mondo, secondo l’ambizione del progetto. Nessun premio Nobel, insomma.  La trasmissione tv ha riacceso il dibattito negli Stati Uniti, anche perché ormai il livello di screening del donatore in base alle sue qualità e caratteristiche è entrato tra i criteri cardine di scelta per coloro che si rivolgono a una banca del seme. Il concetto del cosiddetto baby design, la costruzione di un (presunto) bambino speciale secondo il patrimonio genetico scelto, ha preso piede e dirige sempre più le scelte dei futuri genitori. Il programma della Cnn ha, forse, aiutato a documentare come i fattori in gioco per la definizione di una personalità siano molteplici, e anche imprevedibili.  Il gene non ha fatto il genio, sembra suggerirci. Ma non possiamo fermarci qui. Ci sarà sempre chi criticherà questo approccio evidenziando, ad esempio, come le madri non fossero selezionate in base al loro quoziente di intelligenza. Insomma, non possiamo dimostrare nulla, posto che si voglia andare in questa direzione. La questione da mettere sotto la nostra attenzione è, piuttosto, quella del volere un figlio genio, oltre che sano.  Genio, ma come? E per cosa? Può essere la tentazione di volere un soggetto iperdotato capace di avere successo nella vita, di affermarsi per le sue qualità, ma soprattutto di partire avvantaggiato sugli altri e superarli in corsa. È la fantasia di una raccomandazione genetica, di una spintarella biologica che faccia saltare la fila e correre in avanti. È l’idea di un successo in cui l’altro non è un socio e un compagno, ma un concorrente da superare, dentro una concezione della vita in cui supremazia e vantaggio rappresentano le parole d’ordine.  Si trascura il fatto che questi 'geni', progettati a tavolino, si troveranno però ad avere una doppia eredità: non solo quella biologica, del materiale genetico precostituito del donatore, che forse li avvantaggerà un pochino, ma anche l’assetto di pensiero di chi li crescerà dentro la richiesta di prestazioni e risultati, dentro il rischio di ricatto di una possibile, ma inaccettabile, delusione. Ai figli si trasmette solo ciò che si è, e umanamente si realizza. Invece di inseguire miraggi biologici curiamo piuttosto di lasciare in eredità un pensiero che li introduca nella realtà senza farli sentire estranei di nulla e di nessuno, che li doti delle abilità necessarie per ricevere la soddisfazione laddove sperimentabile, perché la soddisfazione è sempre ricevuta, e non prodotta da strategie. Per trasmetterlo, però, dobbiamo averlo un pensiero così. Il bello è che non è mai troppo tardi per coltivarlo.