Opinioni

La profanazione dei No-Tav, sconfitta per loro e per tutti. Il tricolore non si tira giù

Danilo Paolini mercoledì 27 luglio 2011
Quanto accaduto ieri a Susa (Torino) è difficilmente catalogabile alle voci «sciocchezze» o «esagerazioni», merce stomachevole che per altro abbonda nelle cronache nostrane. Quanto accaduto ieri a Susa, dove un gruppo di cosiddetti "No Tav" ha sostituito (loro precisano «affiancato», ma la sostanza non cambia) il Tricolore issato sul monumento ai caduti del mare in Piazza d’armi con un vessillo bianco contro la realizzazione dell’alta velocità ferroviaria, va oltre: è una profanazione e una sconfitta. Non è retorica nazionalista indignarsi per lo sfregio alla memoria di chi diede la vita per l’Italia. Non lo è mai. E non lo è in particolare oggi, nel giorno in cui l’ennesimo soldato torna in patria in una bara, avvolta proprio in quella bandiera che ieri si è osato insultare per portare avanti le ragioni di una protesta. Non è militarismo sperare (ma più che una speranza è una certezza) che all’azione non abbia partecipato nessuno degli Alpini in congedo che, con tanto di cappello con la penna nera, stanno aderendo alle manifestazioni in Val di Susa. Sarebbe infatti un’altra profanazione, quella di un corpo che tanto sangue e tanta gloria ha donato al Paese.Ma a quale Paese? Quello che ormai sembra saper dire solo no (No Tav, No Dal Molin, No B day, No tax day, No Pd day, mai un "pro"...) o quello che sta ancora festeggiando il primo secolo e mezzo di unità nazionale? Con un atto stupido come quello di oscurare la bandiera nazionale, si mette in discussione l’appartenenza a una comunità di popolo. Che cosa vuol dire, infatti? Che i No Tav (o, meglio, quelli tra loro che hanno avuto questa brillante idea) si sentono prima tali e poi italiani? Oppure che non si sentono italiani?Eppure, comunque, lo sono. Fin troppo, però nel senso meno bello: figli di un Paese dove, se si è contro qualcosa, si finisce con l’essere contro tutto. Che bisogno c’è di arrivare fin lassù, sul pennone dove il Tricolore sventola sui marinai caduti, per far valere le proprie ragioni? Quel simbolo non dovrebbe essere mai ammainato. E nemmeno «affiancato», perché niente – nella scala dei valori civili di noi italiani – può essere messo sullo stesso piano, che sia un foulard di partito, uno striscione sindacale, la sigla di un movimento, i colori di una squadra di calcio. E non importa se la classe politica fa di tutto, con i suoi comportamenti, per scoraggiare il senso d’appartenenza. Sì, anche in Parlamento e perfino al governo c’è chi volentieri sostituirebbe il Tricolore con altre bandiere. C’è pure chi non onora le istituzioni con il suo comportamento. C’è stato addirittura chi si è fatto eleggere proprio grazie alla sua attività di contestatore "professionista", salvo poi lanciarsi in prediche anti-casta...Tutto vero. Ma ciò nonostante (o forse anche per questo) la bandiera nazionale non si ammaina, non si oscura, non si affianca, non si rimpiazza. Chi lo tira giù, si arrende. Così, ieri, un gesto ideato per simboleggiare una conquista, quindi una vittoria, si è concretizzato nel più classico degli atti di resa. Cari connazionali "No Tav": che abbiate torto o ragione, che l’alta velocità in Val di Susa si faccia o no, avete già perso.