Opinioni

Il caso Salvini. No alla violenza, no ai rom usati

Andrea Lavazza domenica 9 novembre 2014
«Non sono d’accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee». Non si pretende che i centri sociali si ispirino a questa celebre massima, falsamente attribuita a Voltaire, per regolare la propria condotta. Non sarebbero forse centri sociali nel senso corrente. E, a volte, serve davvero la ferrea volontà di un eroe della tolleranza per andare in difesa del diritto di parola di Matteo Salvini. Fatte queste premesse, lo spettacolo cui si è assistito ieri a Bologna, nei pressi del campo nomadi di via Erbosa, è certo tra i peggiori. La gratuita aggressione al segretario della Lega non può che essere fermamente condannata, pur circoscrivendo l’episodio ai suoi reali contorni, come mostrano le immagini riprese da diverse prospettive. Come va duramente stigmatizzato il successivo pestaggio di un giornalista da parte degli antagonisti. Un rappresentante politico ha pieno titolo per visitare zone che gli stessi abitanti segnalano come problematiche, sebbene abbia anche il dovere di non alimentare contrapposizioni o fomentare sentimenti discriminatori nei confronti delle minoranze. Gli insediamenti rom non possono venire trasformati in campi di battaglia, né i presunti e autonominatisi 'nemici del razzismo' sono autorizzati a metterne in atto uno più odioso e violento, come quello che ha portato a circondare minacciosamente l’auto con la delegazione che accompagnava Salvini e frantumare poi il lunotto, con concreti rischi di ferire gli occupanti.  Le forze dell’ordine probabilmente avrebbero dovuto seguire più da vicino una situazione che si annunciava fin dall’inizio ad alto rischio. E sono ora chiamate a identificare e perseguire gli autori dei reati compiuti e ben documentati. Non si può infine dimenticare che difficoltà di convivenza – quando si presentino, come nel caso del campo nomadi bolognese – vanno affrontate con strumenti efficaci prima che degenerino e si offrano come strumento di propaganda politica se non addirittura di vero scontro sociale. Anche una tolleranza a buon mercato di chi preferisce voltarsi dall’altra parte per il quieto vivere finisce con l’alimentare tensioni che, alla fine, inevitabilmente esplodono.