Opinioni

Le stragi senza freni di Boko Haram. Nigeria sott’attacco. Rischio per tutti

Giulio Albanese martedì 4 marzo 2014
Quanto è avvenuto nel fine settimana a Maiduguri e dintorni, nel Nord Est della Nigeria, e si è tragicamente ripetuto domenica sera a Mafa, esige una seria riflessione da parte di ogni libera coscienza. Forse oltre 180 persone sono state massacrate, in tre diverse azioni, dalla ferocia dei Boko Haram, il gruppo jihadista che semina morte e distruzione con l’intento dichiarato di voler imporre la legge islamica all’intera federazione nigeriana. Questa volta le vittime però non sono cristiani, ma musulmani – soprattutto gente comune, donne e bambini – a riprova che i terroristi perseguono una strategia che va ben al di là della guerra di religione. Sabato sera è stata una strage dopo l’altra, prima a Maiduguri, capoluogo dello Stato di Borno, poi a Mainok, una cittadina a non molti chilometri di distanza. Nessuna pietà, quindi, per la popolazione della stessa fede, benché i Boko Haram siano nati proprio a Maiduguri per iniziativa dell’imam Ustaz Mohammed Yusuf, nel 2002, con l’idea di instaurare la sharia nel Borno grazie all’appoggio dell’ex governatore Ali Modu Sheriff. Animato da fanatismo religioso, fortemente ostile nei confronti del governo centrale di Abuja, Yusuf fondò un complesso religioso che comprendeva una moschea ed una scuola, dove le famiglie appartenenti ai ceti meno abbienti di fede islamica potessero iscrivere i propri figli. La setta comunque, fin dalle origini venne concepita in funzione antioccidentale, anche se rimase nell’ombra fino al 2009, quando diede il via a una serie di attacchi diretti principalmente contro obiettivi governativi e, in particolare, a danno della polizia locale. L’arresto di Yusuf, morto in cella, ha lasciato spazio a una segmentazione del movimento. Con il tempo, è poi emersa una componente estremista, responsabile del sempre più sistematico ricorso alla violenza. Sebbene questa evoluzione sia considerata la prova dell’esistenza di legami con organizzazioni quali al-Qaeda nel Maghreb islamico e gli al-Shabaab somali, l’accresciuta attività dei Boko Haram va inserita nel contesto dei fragili equilibri politici, sociali ed economici della Nigeria. Eric Guttschuss, esponente di Human Rights Watch, ha raccolto numerose testimonianze che spiegano come Yusuf attirasse con successo come seguaci i giovani disoccupati, «parlando loro male della polizia e della corruzione politica».Abdulkarim Mohammed, un altro autorevole studioso di Boko Haram, ritiene che le insurrezioni violente in Nigeria siano dovute «alla frustrazione per la corruzione e al malessere sociale sulla povertà e la disoccupazione». Non sorprende allora sapere che un portavoce di Boko Haram abbia dichiarato nel 2012 che Ibrahim Shekarau e Isa Yuguda, ambedue musulmani, rispettivamente governatore dello Stato di Kano e governatore di Bauchi, abbiano pagato su base mensile il gruppo terroristico. In questo contesto, alla tradizionale contrapposizione tra il Nord musulmano ed il Sud cristiano, si aggiunge la lotta per il potere e per la spartizione delle risorse nazionali (petrolio in primis) su base etnico- regionale. Ecco perché le vere ragioni dell’accresciuta attività del movimento vanno rintracciate soprattutto nei rapporti che in questi anni i suoi componenti hanno stretto con politici altolocati e membri delle Forze armate appartenenti alle etnie del Nord, interessati alla radicalizzazione della violenza al fine di destabilizzare il Paese. L’obiettivo dei Boko Haram di istituire un nuovo califfato, estendendo la sharia agli Stati meridionali della federazione – è già in vigore nei 12 Stati del Nord – risponde, dunque, a logiche certamente totalitarie e ideologiche, a sfondo teocratico, che trovano terreno fertile nella povertà estrema in cui versa la gran parte dei nigeriani, con maggiore incidenza proprio nei territori settentrionali. Siamo dunque di fronte ad una "guerra civile" in cui la religione viene utilizzata per fini eversivi. Da questo punto di vista, la comunità internazionale deve trovare il coraggio di affrontare seriamente la questione, attraverso una lettura critica della globalizzazione che, soprattutto in Africa, nonostante gli investimenti stranieri nel settore degli idrocarburi, ha acuito la miseria delle popolazioni autoctone, al di là del loro credo religioso.