Opinioni

I dati inglesi sui figli fuori dal matrimonio. Ma come si fa a far festa se c’è meno famiglia?

Giuseppe Anzani venerdì 12 luglio 2013
Un uomo, una donna. Li ho visti oggi passeggiare sul lungolago della mia città, affiancati, allacciati, e si capiva subito che erano insieme. Uno di loro spingeva un passeggino, e dentro c’era un bimbo. Una famiglia? Mi è sembrato di sì. Sposati? Chi lo sa. Sempre più gente si 'mette insieme' e convive. C’è anche in questo qualcosa che sa di promessa e di appartenenza, ma precaria come per una segreta riserva dubitosa. Per intanto insieme, poi si vedrà.
Fa differenza per il diritto di famiglia? Sì, fa differenza. Per la Costituzione la famiglia è società naturale «fondata sul matrimonio». Non è la semplice storia d’un amore rinchiuso nella sua privatezza, è una vicenda sociale, e socialmente costitutiva. È certamente un fatto, sì: l’uomo e la donna si accolgono nel reciproco dono, e non è la società che li coniuga, è sempre il loro consenso che 'fa' il matrimonio, ragione del loro abbraccio sponsale. Ma il segno di questa promessa condivisa, annunciata di fronte alla comunità, col matrimonio la ricovera sotto l’ala del diritto che regge la comunità stessa. Così il villaggio (la società civile) celebra la nascita di un suo nuovo soggetto sociale, che assume i diritti e i doveri inerenti, in reciprocità interna e nei rapporti esterni. Lo statuto coniugale e familiare è principio di sicurezza giuridica, ha la dignità di un segno identitario riconosciuto, stimato nel suo valore.La convivenza senza matrimonio non è un nulla, è qualcosa che richiede attenzione, ma non pareggia con la famiglia. Dal lato giuridico la riflessione degli ultimi decenni, pur così attenta a cogliere il vento dei mutamenti di costume, ha messo a fuoco l’irriducibile differenza tra la famiglia coniugale e la convivenza revocabile dove sono assenti «quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali che nascono dal matrimonio».Così dice la Corte Costituzionale, che ancora nel 2004 ribadisce che «la pretesa identità della posizione spirituale del convivente e del coniuge, rispetto all’altro convivente o all’altro coniuge, non corrisponde alla visione fatta propria dalla Costituzione». Ma intanto, dentro i dogmi della felicità orizzontale di chi dice d’amarsi, come gioca la verticalità del figlio che l’amore genera? Sul piano sociale, che cosa produce la precarietà del 'nido' in cui nasce la vita nuova, o più estesamente qual è la condizione del figlio che viene al mondo, quando il nido non c’è o non c’è più, o viene poi disertato o distrutto? Viene in questi giorni dall’Inghilterra la pubblicazione di una indagine statistica: dice che là i figli nati fuori dal matrimonio sono ormai quasi la metà del totale, e tra pochi anni ci sarà il sorpasso. E c’è un soprassalto per le implicazioni sociali, dopo le rilevazioni emerse sulla fragilità delle convivenze di fatto, sui fenomeni massivi di crollo con conseguenze devastanti sui figli, sulle successive assistenze necessarie a rappezzare le vite naufragate. Mentre sarebbe più intelligente investire sulla stabilità della famiglia, con giusti favori e facilitazioni e benefici tipizzati, riconoscendo l’enorme valore aggiunto che la funzione e l’attività intrafamiliare fornisce alla società intera. E da noi, in Italia? La nostra cultura familiare, ancorché scossa, resiste. Ma se non aiutiamo la famiglia, col sostegno solidale alle ragioni dell’amore (fedeltà, assistenza, collaborazione – dice la legge; la fede dice di più, persino grazia) e poi con provvidenze sociali concrete, rischiamo le voragini fallimentari delle assistenze postume. No, non ci faremo derubare della promessa della Costituzione, fatta dai padri non solo per loro e per noi, ma per i figli dei figli. ​