Opinioni

Il punto. Gli adulti e le istituzioni che i giovani si meritano

Maurizio Patriciello sabato 25 novembre 2023

Sono appena tornato da Palermo, dove ho avuto modo di parlare a centinaia di giovani studenti. Belli, intelligenti, spigliati, fanno domande che non si accontentano di risposte improvvisate e formali. Un problema serio, a mio modesto avviso, che li riguarda, è la mancanza di fiducia che hanno nelle figure adulte che dovrebbero essere, invece, di riferimento.

Diciamoci la verità, persone davvero autorevoli, capaci di dire con la vita una parola pacata, ragionata, vera, mancano. Troppi maestri pochi testimoni. Ci siamo chiesti il perché ai funerali di fratel Biagio Conte hanno preso parte decine di migliaia di persone in lacrime. La spiegazione l'abbiamo trovata nel fatto che fratel Biagio - amabile, umile, povero, accogliente - era un credente credibile.

Anche nelle figure istituzionali, come nella politica, i nostri giovani non sembrano riporre eccessiva fiducia. Lo sanno tutti. Le basse affluenze alle urne lo stanno a dimostrare.

Gli adulti hanno il dovere di non cadere nella trappola dello sconforto, della sfiducia, del pessimismo, anche perché, pur senza accorgersene, lo trasmettono ai figli i quali, però, non hanno gli anticorpi necessari per gestire questi stati d'animo dannosi. Quello che sto per dire non è, e non vuole essere, un giudizio politico sul governo Meloni, ma la testimonianza onesta di un parroco di una malfamata periferia napoletana che da trent'anni va chiedendo aiuto alle legittime autorità perché il degrado umano e sociale del quartiere in cui opera possa trovare una qualche soluzione.

Lo ha fatto quando presidente del Consiglio era Renzi, quando lo fu Conte, e, ultimamente, con Giorgia Meloni. Il 25 agosto scorso le inviai un messaggio, una settimana dopo lei era in parrocchia. Sono passati tre mesi. Tante cose belle sono accadute e stanno accadendo. La gente, incredula per la sorpresa, non riesce a capacitarsi. Una cosa simile non l'aveva - e non l'avevo - mai vista. La verità è questa.

I colori politici, almeno in questo caso, non mi interessano e non dovrebbero interessare nessuno che ha a cuore il bene comune. Tanti ministri sono venuti a Caivano. Nessuno è arrivato a mani vuote. Ognuno ha portato il contributo che poteva. Da noi sono stati sempre accolti e ringraziati. Sappiamo criticare, protestare, imprecare ma anche essere riconoscenti e applaudire al momento giusto.

Il presidente della mia amata regione si chiama Vincenzo De Luca. Nel mese di agosto ebbe a confessare: « Lo Stato a Caivano non c'è. Stop». Tristissima e deprimente considerazione. In questo ultimo periodo la gente comune, le casalinghe, gli operai, gli studenti, i professionisti, le forze dell'ordine, gli imprenditori hanno potuto toccare con mano che lo Stato si è fatto presente, ha chiesto scusa per la lunga assenza, ha preso impegni concreti, sta mantenendo la parola data.

Anche De Luca venne un giorno a Caivano, ma solo per prendersi un caffè al bar di fronte alla parrocchia. Cosa che fece sapere a tutti postando il video sui social. In questi giorni ha irriso pesantemente i ministri che sono venuti a farci visita. Avrebbe potuto criticare questo o quel ministro, per questo o quel motivo senza ricorrere all'offesa.

Il governo centrale è lo Stato. Il governo regionale è lo Stato. Purtroppo - cosa dolorosissima - la nostra amministrazione cittadina è stata sciolta per infiltrazioni camorristiche. Noi continuiamo a spendere le nostre energie per aiutare i ragazzi a credere nello Stato. A non arrendersi, a non mollare, a non tirare i remi in barca. Ad avere fiducia, nonostante tutto. Ad alzare la voce e impegnarsi perché, prima o poi, qualcosa di bello accadrà. Noi ci siamo. Sempre. Di giorno e di notte. D'estate e d'inverno. Abbiamo bisogno di essere ascoltati, supportati, sostenuti dalle istituzioni. Siamo stati inseriti - Don Coluccia, don Burgia ed io - in alcune commissioni.

Porteremo il nostro contributo e la nostra esperienza per il bene del Paese. A titolo gratuito. Ma ci permettiamo di chiedere a chi occupa posti di grande responsabilità di essere di esempio nel parlare, criticare, giudicare. I ragazzi ci guardano. Ci imitano. Il diritto ad offendere non ce l’ha nessuno.