Opinioni

La Tobin tax vero bersaglio. Nemici supersonici

Leonardo Becchetti venerdì 26 ottobre 2012
Troppa grazia in tema di Tobin tax. Do­po le tante esitazioni del nostro go­verno che non voleva muoversi se non di concerto con tutti gli altri Paesi europei nel giro di appena due giorni abbiamo det­to 'sì' alla procedura di cooperazione rafforzata a livello europeo che propone lo 0,1% sulle transazioni sui titoli aziona­ri e obbligazionari e lo 0,01% sui derivati. Dopo di che, non paghi dello sforzo, ab­biamo immediatamente varato nel de­creto crescita una Tobin tax nazionale del­lo 0,05% su azioni e derivati (titoli di Sta­to esclusi) dalla quale si pensa di ricavare un miliardo per finanziare la timida ridu­zione di imposte sui redditi partorita con la stessa manovra. Nel frattempo l’ira fu­nesta dei mercati sullo spread paventata, in passato, da alcuni titoli di giornali pur autorevoli non si è manifestata, dato che lo spread è sceso sensibilmente. Tanta audacia ha subito incontrato un fuoco di critiche. Sono tornati in pista i so­liti argomenti e interrogativi. La tassa rac­coglierà poco. Distruggerà i mercati fi­nanziari. Che cosa faranno gli inglesi? (ma perché chi lo dice non si informa sul fat­to che gli inglesi la Tobin tax l’hanno sem­pre avuta ed è tra le più alte del mondo). La tassa farà fuggire i capitali (lo stesso go­verno prevede una riduzione del 30% del­le transazioni su azioni e dell’80% di quel­le su derivati nello scenario dal quale si evince il gettito di un miliardo). Infine la tassa la pagheranno come al solito i ri­sparmiatori (affermazione non così ovvia come si pensa perché per fare transazio­ni sui mercati finanziari bisogna in ge­nere possedere dei risparmi ma lo si può fare e lo si fa sempre di più prendendo a credito). Quali transazioni, quali capitali e quali ri­sparmiatori? Si continuano a confondere capre e cavoli: capitali 'pazienti' che fi­nanziano investimenti delle imprese (e re­stano immobilizzati per i tempi lunghi ri­chiesti da un investimento) e capitali 'su­personici' che comprano e vendono nel giro di pochi minuti o di pochi secondi. Questo secondo tipo di transazioni assai poco utili all’economia reale sono au­mentate vertiginosamente negli ultimi tempi. Tra il 2000 e il 2009 i derivati Otc so­no aumentati del 642% mentre il Pil è au­mentato solo del 26%. Tutte operazioni di copertura del rischio? La riduzione di que­ste operazioni è proprio uno degli obiet­tivi della tassa che intende modificare gli incentivi e il rapporto tra redditività del capitale 'paziente' e di quello 'superso­nico' a vantaggio del primo. Tutto questo non vuol dire ovviamente che non dobbiamo ragionare su come co­struirla il meglio possibile. Dopo le criti­che di questi giorni c’è il sentore che il go­verno modifichi il provvedimento forse con un’esenzione delle azioni. Quello che è certo è che il provvedimento così com’è presenta numerosi problemi. Primo, far pagare la tassa solo sui saldi fi­nali giornalieri e non su ciascuna tran­sazione intraday (come sembra trapeli dai dettagli tecnici) vuol dire mancare clamorosamente il bersaglio dei capita­li 'supersonici' ovvero del trading ad al­ta frequenza. La tassa inoltre non può nulla contro il layering e i flash trades, ovvero contro le operazioni distorsive di quegli interme­diari che postano una quantità enorme di ordini che poi non eseguono per indiriz­zare il mercato in una determinata dire­zione. Per contrastare questi specifici fe­nomeni bisogna imporre di realizzare u­na percentuale minima di ordini oppure far pagare in proporzione agli ordini. Se è vero come è vero che i derivati di coper­tura sono fondamentali per gli investi­menti, diventa importante costruire mec­canismi che discriminino tra esigenze di copertura e derivati 'nudi', ovvero ac­quistati e venduti per pure finalità specu­lative da chi non deve assicurare nessuna attività sottostante. Anche se le stesse o­perazioni di copertura assicurativa pos­sono richiedere periodici aggiustamenti c’è anche qui una differenza fondamen­tale di frequenza di transazioni. Si può dunque penalizzare di più, o penalizzare solamente le operazioni di acquisto e riven­dita che si realizzano in un orizzon­te di tempo inferiore ad un limite stabilito. O essere ancora più drasti­ci e proibire l’uso di derivati non di copertura. Infine, se si vuole impor­re la tassa in un solo Paese è meglio tassare non per nazionalità dell’in­termediario (come nel caso non riu­scito della Svezia), ma per naziona­lità dell’attività finanziaria, come hanno scelto di fare Francia e Regno Unito, altri due Paesi che hanno de­ciso di procedere da soli.Se poi si u­sa il principio della nazionalità del­l’attività finanziaria, non avrebbe senso esentare le azioni perché, co­me accaduto nel Regno Unito, la tas­sa ha la funzione di spingere i capi­tali più speculativi su altri mercati riducendo l’instabilità sui titoli na­zionali. Siamo adulti e vaccinati e chi vuole divertirsi giocando d’azzardo è – purtroppo – libero di farlo. La situa­zione ideale verso cui vorremmo an­dare è, però, che questo 'gioco d’az­zardo' non accada con i soldi di ri­sparmiatori inconsapevoli, che li hanno depositati in apparentemen­te innocue banche commerciali, che le 'scommesse' non avvengano su terreni delicatissimi come quelli dei mercati finanziari e che gli interme­diari finanziari ricevano l’incentivo corretto di usare le loro preziose ri­sorse come capitali 'pazienti' (e non capitali 'supersonici'), al servizio dell’economia reale e non per gon­fiare una liquidità che è assoluta­mente sovrabbondante e ha provo­cato negli ultimi tempi serie turba­tive al funzionamento dei mercati finanziari.