Opinioni

Nella maniera più semplice. Il Papa, la preghiera e la benedizione

Marina Corradi martedì 24 marzo 2020

«In questi giorni di prova, mentre l’umanità trema per la minaccia della pandemia, vorrei proporre a tutti i cristiani di unire le loro voci verso il Cielo». È di un’assoluta semplicità il primo gesto proposto da Francesco per i prossimi giorni, segnati in Italia e in molte parti del mondo dalla moltiplicazione dei contagi e dei morti in una pandemia che mai ci saremmo immaginati, all’inizio del Terzo Millennio. Il Papa invita i cristiani di tutte le confessioni di recitare il Padre Nostro, alle 12 di mercoledì prossimo, 25 marzo, giorno dell’Annunciazione.

Oggi non pochi battezzati sanno a fatica cos’è, questo giorno. O forse lo sanno dalla storia dell’arte, che con Giotto, Beato Angelico, Leonardo e cento altri tornò per secoli a rappresentare la medesima scena: un angelo che posa il piede a Nazareth, in Galilea, nella corte dove l’adolescente Maria attende al suo lavoro. Forse l’interpretazione più vicina alla sensibilità contemporanea è la semplicità della 'Annunciazione della cella 3' del Beato Angelico, nel Convento di San Marco a Firenze.

Dove fra mura nude un angelo dalle meravigliose ali sta di fronte a Maria, già curva su se stessa, attonita: come se già avesse avvertito l’incarnarsi di quel figlio in sé. Giovanissima madre e giovanissimo angelo, due ragazzi entrambi chini e assorti sulla volontà del Creatore, portata dal Messaggero, accolta da una fanciulla. C’è, in questa Annunciazione scarna e claustrale, lo stupore di chi ripensi al Vangelo di Matteo – «Ti saluto, piena di grazia…» all’annuncio: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù».

C’è la vertigine dell’istante in cui Maria medita, e il mondo intero sta immobile, sospeso alle sue parole: fino a quando lei, con voce fresca di quindicenne, pronuncia il sì, il 'fiat' che trasforma la storia. Questo è il momento dell’anno è stato scelto da Francesco perché i cristiani dicano insieme la prima preghiera imparata da bambini, per domandare che la malattia si fermi. Come si faceva ai tempi della peste, e come non si pensava certo di trovarsi a fare nel tempo in cui gli uomini conoscono il genoma, e clonano la vita in laboratorio. Ma la natura questa volta si è levata con la sua forza immane, e non si riesce ad arginarla. Muoiono soprattutto gli anziani, ma tremano anche gli uomini nel cuore delle forze, chiedendosi in tanti, e come forse mai prima: e se fosse per domani? E in questa prospettiva inaudita vedendo rovesciarsi la vita, di cui si sentivano padroni.

La preghiera chiesta dal Papa non è però un severo mea culpa, ma un primo atto filiale: soltanto un Padre Nostro (Il mea culpa viene dopo, è quando ci si sente figli amati che si comincia a vedere in se stessi. Ad aprire gli occhi, come il cieco guarito del Vangelo di Giovanni, capitolo nono, che Francesco ci dice di rileggerci, questa settimana). Un Padre Nostro, come in molti non lo dicevano da quando erano bambini. Il 25 marzo, che precede esattamente di nove mesi il Natale: nove mesi, come la gravidanza delle madri degli uomini. In questo giorno prossimo all’Equinozio di primavera, quando la natura rivive dopo il gelo.

Tutto è segno concreto e carnale, nella liturgia. In quello stesso 25 marzo i media cattolici italiani, Avvenire, Tv2000, InBlu Radio, Sir e Federazione dei settimanali cattolici, d’intesa con la Segreteria generale della Cei, invitano i fedeli, dopo il Padre Nostro con il Papa, a ritrovarsi la sera alle 21 per recitare il Rosario trasmesso da Tv2000 e InBlu Radio e in streaming via internet. Un evento che il 19 marzo scorso ha riunito milioni e milioni di italiani, una moltitudine, nel pregare insieme per il Paese. Il secondo gesto annunciato da Francesco per questi angosciosi giorni di marzo è invece per il 27, venerdì di Quaresima, alle 18: «Ascolteremo la Parola di Dio, eleveremo la nostra supplica, adoreremo il Santissimo Sacramento, con il quale al termine darò la Benedizione Urbi et Orbi, a cui sarà annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria».

Tutto ciò, nella piazza di San Pietro completamente vuota. Come vuote saranno le nostre chiese, nella settimana di Pasqua. Potremo vivere solo a distanza la Missa in Coena Domini, la Via Crucis, la veglia del sabato notte che sfocia nel gioioso esplodere delle campane, all’annuncio della Resurrezione. Ma forse non occorrono altri passi sulla Via Crucis quest’anno: basta pensare alle stanze di certi ospedali italiani, o di Madrid, alle colonne di camion carichi di bare in partenza da Bergamo, agli anziani mietuti senza poter salutare i figli, negli ospizi e nelle Rianimazioni. La Via Crucis dell’anno 2020 abita nella carne dei nostri vecchi, dei malati di ogni età: tanto più dolorosa di ogni rappresentazione. Che questa dolorosa Pasqua dei Padre Nostro ritrovati – magari balbettati a stento, cercando nella memoria – sia anch’essa più profondamente Pasqua. Certezza che non viviamo per niente, e non moriamo, comunque, soli. Certezza viva di Risurrezione.