Opinioni

Lo scenario. Nella Libia finita in anarchia tanti scelgono la bandiera Is

Riccardo Redaelli martedì 17 febbraio 2015
​Le milizie dello Stato Islamico (Is) sarebbero dunque a "sud di Roma", come hanno proclamato, dopo aver annunciato un ingresso trionfale nella città di Sirte. E, come loro consuetudine, hanno accompagnato questi roboanti annunci con la diffusione un nuovo video choc, con la macabra decapitazione di 21 lavoratori egiziani, cristiani copti. Non vi è dubbio che la tecnica pubblicitaria dell’Is, che mescola l’uso mediatico del terrore alla celebrazione delle proprie conquiste territoriali, sia di grande presa sull’opinione pubblica e ne favorisca l’ascesa quale formazione jihadista di riferimento.Nel marasma libico, tuttavia, è bene evitare di rincorrere le iperboli e di accreditare all’Is una forza superiore a quella che realmente essa oggi detiene. Perché di fatto, queste milizie che combattono in nome dello Stato islamico della provincia di Tripoli sono per lo più formazioni paramilitari già presenti sul territorio, che si sono legate all’Is dopo le vittorie del movimento nel Levante dello scorso anno. E a cui si è aggiunto un "battaglione" di veterani libici che combattevano in Siria e Iraq, rientrati nel loro Paese per rafforzare la capacità di azione delle forze del Califfato. E tuttavia, non tutte le milizie jihadiste e islamiste si riconoscono nell’Is o sono pronte ad accettarne la supremazia; anzi, sembrano moltiplicarsi gli scontri interni all’attivismo islamico violento, accentuando ancor più il caos e l’anarchia politica.Quanto vediamo oggi è la polverizzazione estrema di ogni forma di autorità e potere, in particolare lungo la costa, dato che all’interno del Paese, il sistema tribale tradizionale ha in qualche modo attenuato la disgregazione e la conflittualità. A Tobruk, nell’Est della Cirenaica, si sono insediati il governo e il Parlamento legittimo, usciti dalle elezioni dell’estate 2014, che avevano visto la vittoria dei partiti laici. Vittoria mai accettata dai movimenti islamisti, che contestavano la bassissima affluenza alle urne. A presiedere un governo dai poteri pressoché simbolici il premier Abdullah al-Thani, appoggiato dal generale Khalifa Haftar, il quale dovrebbe guidare le quasi inesistenti Forze armate nazionali. A Tripoli, siede invece il cosiddetto Parlamento rivale, una creazione del vecchio Congresso nazionale generale (Gnc), la precedente Assemblea, dominata dagli islamisti, che ha rifiutato di sciogliersi e di riconoscere quella nuova. Cardine della sua forza sono le potenti milizie di Fajr Libya (l’Alba libica), la cui ossatura è rappresentata dai rivoluzionari di Misurata, legate ai Fratelli Musulmani e ad alcuni gruppi salafiti.
A Derna, città storica del jihadismo libico, l’Is ha posto il proprio centro di comando, anche se in realtà la città sembra non completamente normalizzata, con la presenza di gruppi islamisti rivali. La città di Bengasi, capitale della Cirenaica, vede invece ancora dominante l’alleanza fra gruppi jihadisti più vicini al vecchio modello di al-Qaeda e Ansar al-Sharia, un movimento radicale rivale dell’Is, ma che appare indebolirsi progressivamente. In parte perché logorato da anni di scontri con le forze anti-islamiste, in parte perché subisce l’erosione dei suoi adepti, attratti dal maggiore attivismo del Califfato.In più, vi sono bande di criminali comuni, milizie e movimenti locali, accordi inconfessati e rivalità personali: insomma un’atomizzazione estrema del potere che impedisce a tutti i gruppi presenti di consolidare la propria presa e di proporsi quale forza unificante. Finora le divisioni e i veti reciproci sono stati più efficaci di qualunque appello alla ragionevolezza: le fazioni in lotta hanno preferito distruggere il giocattolo piuttosto che accordarsi su come usarlo insieme.
La comunità internazionale è stata finora debolissima e riluttante a affrontare con determinazione il caos libico, affidandosi ai tentativi di pacificazione nazionale proposti dal capo della missione Onu, Bernardino Leon, e finora a nulla approdati. Molti Paesi, gli Stati Uniti fra tutti, sono sembrati finora distratti e poco interessati; del resto, hanno sempre detto a Washington, la guerra di Libia è stata una scelta soprattutto europea. O meglio: di Francia e Gran Bretagna, più che dell’Europa; due nazioni che aspiravano a svolgere un ruolo primario nella Libia post-Gheddafi e si trovano ora a osservare il disastro di una transizione politica affrettata e non pianificata. Né paiono molto più risolutivi i bombardamenti estemporanei di Egitto e delle monarchie arabe del Golfo contro le milizie islamiste.
La verità è che – nonostante i segnali del disastro fossero sotto gli occhi di tutti e venissero continuamente evidenziati dagli esperti – tanto in Libia quanto all’estero ci si è rifugiati nella convinzione che, con il dialogo fra le parti, si sarebbe potuto invertire la tendenza all’anarchia. O che, posti dinanzi al baratro, politici e miliziani libici non ci si sarebbero buttati a capofitto. Speranza vana: la Libia è precipitata nel dirupo del caos totale e rischia di trascinarvi l’intera regione. Che qualcosa vada oggi fatto, quindi, è evidente. Molto più difficile dire che cosa fare e da parte di chi. Limitarsi a sperare in un’adesione volontaria ai colloqui di pacificazione delle Nazioni Unite sembra una scelta estremamente velleitaria, tanto più che rischiamo di doverci confrontare con una Libia in cui gli attori che non possono sedersi a quel tavolo (l’Is e le altre milizie jihadiste) siano di fatto le forze più significative.
Da qui la necessità di far capire alle litigiose forze politiche, capaci in questi anni solo di delegittimarsi a vicenda, che i tempi dei tatticismi e dei veti sono finiti. Le forze laiche rintanate a Tobruk debbono smettere la campagna di demonizzazione di ogni gruppo islamista, parificando i Fratelli musulmani ai terroristi dell’Is. Gli islamisti, dal canto loro, devono dare un taglio netto alle ambiguità delle loro milizie e ai rapporti con le frange più violente e jihadiste. Occorre inoltre fermare la corsa a mettere nell’angolo tutti coloro che hanno lavorato in qualche modo sotto il lungo regime di Gheddafi. La minaccia per l’Italia e tutta l’Europa è troppo seria per non costringere tutti a chiarire le proprie posizioni e a rivedere le propri politiche. Ognuno si deve assumere la sua responsabilità. E pagarne lo scotto.