Opinioni

Il vero posto dell'Italia nelle graduatorie mondiali. Nella corsa dell'economia vince chi rimane nel gruppo di testa

Paolo Preti sabato 11 giugno 2011
Superati da India e Corea del Sud. Il Centro Studi di Confindustria certifica il passaggio dell’Italia dalla quinta alla settima posizione a livello mondiale per capacità manifatturiera, ma restiamo secondi in Europa, il che vuol dire che, non considerando la Germania – locomotiva continentale – tutte le altre nazioni del vecchio continente ci stanno alle spalle. Secondo gli stessi analisti, inoltre, la Cina è la prima potenza mondiale con il 21,7% del valore dell’intera produzione, superando gli Stati Uniti retrocessi dal 24,8% del 2000 al 15,6% di oggi. E proprio qui sta il punto: come non affiancare a questi risultati, veritieri ma parziali, una riflessione sul modello di sviluppo che li ha resi possibili. In India mezzo miliardo di persone vive con meno di due dollari al giorno e se utilizzassimo non il Pil, ma il reddito pro-capite, unità di misura più interessante per valutare quanto la ricchezza di una nazione sia anche la ricchezza dei suoi cittadini, oltre che per paragonare nazioni molto diverse per grandezza, ecco che quello cinese – 3.600 dollari – risulterebbe agli stessi livelli di quello albanese. Conclusione: si tratta di superpotenze di poveri. E allora occorre domandarci quanto potrà durare in quei Paesi questo squilibrio.Le classifiche negative servono a non farci abbassare la guardia su singoli aspetti sicuramente migliorabili, ma, come nello sport, le classifiche sono quasi sempre di specialità e chi primeggia in una, in tante altre probabilmente è agli ultimi posti: occorre decidere a quale specialità dedicarsi. C’è il decathlon, è vero, ma è un sport massacrante e per pochi. Così un Paese può primeggiare in termini di produttività, ma essere nelle retrovie per tutela dell’ambiente e dei diritti sindacali. Da noi è, con tutta l’approssimazione del caso, il contrario, e di questo, senza dormire sugli allori, dobbiamo andare particolarmente fieri. Siamo arrivati a questi livelli, al pari delle altre nazioni occidentali economicamente sviluppate, in maniera equilibrata e favorendo una crescita dell’intera popolazione. Di un’economia che corre a danno dei propri cittadini, poggiando su sistemi di governo illiberali, non ponendo attenzione, per quanto possibile, a preservare risorse strategiche come l’ambiente, non sappiamo che farcene. Si tratta di risultati dopati che, come nello sport, devono essere in qualche modo sanzionati e di cui, nel medio periodo, non avere paura.Inoltre, diversamente dallo sport, dove solo chi vince si aggiudica la medaglia d’oro ed entra negli annali, in economia l’importante è fare parte del gruppo di testa, perché ciò significa garantire alle persone di quel Paese le condizioni di vita conquistate: settimi, ottavi, noni o dodicesimi in un certo senso poco importa. Qui è bene che prevalga De Coubertin. Una classe dirigente all’altezza deve farci mantenere le posizioni, perché al vertice per mille motivi, soprattutto storici, non ci arriveremo mai. E se anche dovessimo perdere qualche piazzamento a favore di economie emergenti non va mai dimenticato che questo, come rischio, riguarda l’intero mondo occidentale e non solo l’Italia e, in più, che per il nostro Paese ciò potrebbe significare l’apertura di nuovi vasti mercati ai propri specifici prodotti. Poiché la ricchezza prodotta in quelle nazioni sarà investita anche in qualità della vita e in standard tipicamente occidentali, meglio allora attendere questi nuovi consumatori piuttosto che lamentarci, attestandoci fin d’ora nelle fasce alte di ogni mercato e migliorando, di conseguenza, la combinazione di innovazione, qualità e servizio contenuta in ciascun prodotto.E forse, a ben guardare, è ciò che anche l’Economist, nel suo tanto criticato rapporto sul nostro Paese, ha capito: facciamo fatica, ma non siamo in crisi, stiamo superando questa difficile congiuntura internazionale meglio di altre nazioni europee, abbiamo una capacità imprenditoriale diffusa in grado di rendere presenti i nostri prodotti su tutti i mercati, anche quelli emergenti. In sintesi, anche in economia abbiamo una nostra originalità che, spesso, le classifiche non sono in grado di registrare adeguatamente.