Opinioni

Né ragione né fantasia . L'ultimo errore di Puigdemont

Giorgio Ferrari sabato 28 ottobre 2017

Un uomo è sprofondato nel sonno, con la testa appoggiata di lato su un tavolo, attorno a lui un serraglio di animali ostili, feroci, minacciosi e una scritta eloquente: El sueño de la razón produce monstruos (Il sonno della ragione genera mostri), forse il più famoso dei Caprichos di Francisco Goya. Cos’altro meglio potrebbe raffigurare quel vento carico di follia che ha soffiato sul destino della Catalogna? Perché con quel voto a scrutinio segreto che proclama l’indipendenza e con la risposta simmetrica di Madrid che destituisce il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont, il suo governo e il direttore locale dei Mossos d’Esquadra (la polizia regionale), scioglie il Parlamento autonomo di Barcellona, chiude le rappresentanze catalane all’estero e convoca elezioni anticipate per il 21 dicembre dopo l’approvazione del Senato dell’articolo 155 della Costituzione e il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’illegalità della proclamazione stessa, Barcellona si è posta ufficialmente fuori dalla legge.

Una scelta, quella dei secessionisti, avvenuta senza il concorso parlamentare degli unionisti, frutto di un’irresponsabile corsa verso la dissoluzione innescata da un irredentismo malinteso che ha condotto una porzione non maggioritaria (il 48%, non oltre) della popolazione catalana a infrangere la Costituzione del 1978 affidandola a un leader ambiguo e palesemente non altezza della sfida come il Puigdemont. Tanto da sospingere Barcellona in quella no man’s land del diritto internazionale che ci presenta oggi una regione spaccata in due, in un Paese sovrano "mutilato" di una sua importante provincia (sì, provincia: si può anche chiamarla così, pur con tutte le autonomie e le garanzie statutarie che si era aggiudicata).

Del dramma collettivo catalano sappiamo pressoché tutto. Compreso il fatto che dal dodicesimo secolo la regione non ha mai goduto dell’indipendenza e che mai finora ha combattuto una guerra per aggiudicarsela. E che per spegnere le voci dissenzienti ha messo a tacere il Parlamento, violato leggi, ignorato le scorciatoie che la vasta autonomia di cui godeva (immensa rispetto a quella dei Länder tedeschi o degli Stati federati americani) le consentivano. Sappiamo anche che l’Unione Europea – praticamente simultanee le prese di distanza italiane, francesi, inglesi – non riconosceràla repubblica catalana indipendente, come non la riconosceranno gli Stati Uniti.

La proclamazione peraltro è e rimane un vulnus della Co- stituzione, quella stessa Costituzione uscita con fatica dal franchismo, ma salutata dalla Spagna (la nazione intera, per capirci) con sollievo dopo la lunga notte della dittatura e il ripristino di una monarchia costituzionale.

E mentre a Barcellona si ammainano fra il giubilo di tanti e lo sconcerto di molti le bandiere spagnole, sono oltre millecinquecento le aziende che hanno trasferito la propria sede fiscale fuori dalla Catalogna, e la Ceoe (la Confindustria spagnola) stima un collasso dell’occupazione catalana di almeno il 30%: come dire che quel Pil di oltre duecento miliardi – gloria e vanto dei revanscismi catalani e dei loro sogni di indipendenza – una ricchezza superiore nei fatti a quella di nazioni come la Grecia o il Portogallo rischia di liquefarsi nella secessione e nell’isolamento; già la Corte dei Conti di Madrid reclama il saldo per le spese del referendum e molti, troppi, fanno silenziosamente scorta di generi alimentari.

Ma la domanda che ora tutti si pongono, da Madrid, a Valencia, da Siviglia a Oviedo, ma anche da Parigi a Berlino, a Roma è una sola: cosa farà Rajoy? Come reagirà il Re, la Spagna di fronte a quello che il governo – pur responsabile nelle scorse settimane di goffaggini e improvvisazioni che non hanno agevolato una soluzione condivisa e pacifica – ha definito «un atto criminale e contro la legge»? Il premier si è già espresso: «Chiedo a tutti gli spagnoli di stare tranquilli.

Lo Stato di diritto ripristinerà la legalità in Catalogna». Come? Difficile dirlo, oggi. Lo spettro di una guerra civile pare lontano, ma il ripristino della legalità non può escludere del tutto l’impiego della forza. Su una cosa possiamo dirci certi: la parabola di Puigdemont (che oltre alla scontata destituzione rischia 30 anni di carcere) e dei caporioni dell’indipendenza a ogni costo si è conclusa nel momento in cui i secessionisti, i loro sostenitori, le forze dell’ordine che si sono ribellate a Madrid hanno bruciato i ponti alle loro spalle. Non saranno loro, un domani, a negoziare i termini del ritorno della Catalogna nell’alveo di un’autonomia che nessuno le negava.

E forse il gesto più saggio per i masanielli di Barcellona sarebbe quello di fare un passo indietro in attesa delle elezioni e farsi rappresentare da uomini nuovi. Ma è troppo chiedere. 'Stiamo vivendo una giornata triste in cui la mancanza di ragionevolezza si sta imponendo sulla legge', ha detto Mariano Rajoy al termine del suo giorno più lungo. La fantasia priva della ragione – argomentava Goya nell’illustrare le sue acqueforti – genera impossibili mostri: unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie. Ed è con stremata fiducia che aspettiamo la meraviglia di un miracolo. Di fantasia e ragione insieme.