Opinioni

Ancora su giovani, formazione, posto fisso. Monotonia, chi l'ha vista?

Paolo Preti sabato 4 febbraio 2012
Il presidente del Consiglio ha, dunque, affermato che occupare un unico posto di lavoro nell’intera vita lavorativa può essere, in fin dei conti, un po’ monotono (salvo poi correggersi parzialmente). È un concetto condivisibile, nella sua involontaria ironia visti i tempi, ma non particolarmente nuovo: già vent’anni fa c’era chi affermava che alla generazione del "posto fisso" stava subentrando quella del "percorso professionale". Perché questo possa però passare da una battuta o da un efficace slogan a qualcosa che possa accadere positivamente nella vita delle singole persone occorre che queste siano portatrici di ricche competenze specialistiche. Su queste colonne lo si è sottolineato appena ieri e vorrei tornarci su. Perché senza poter contare su un buon capitale conoscitivo, l’aspirazione massima di un giovane resterà l’assunzione a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione. Coloro che si sanno forti e preparati "combattono", per scelta o per necessità, nel vortice del "mercato del lavoro", anche con buone opportunità di vittoria; gli altri – più o meno legittimamente – cercano o subiscono coperture politico-sindacali ed entrature, nella migliore delle ipotesi, amicali. Il "percorso professionale" è dunque normalmente intrecciato a quello formativo ed è qui che si avvertono le avvisaglie, ancora allo stato percettivo, di un cambiamento che potrebbe rivelarsi epocale. Un po’ alla grossa – e, dunque, ovviamente, facendo di ogni erba un fascio – la mia esperienza mi porta a considerare che è l’università che oggi veicola una cultura più orientata al "posto fisso", mentre nella scuola media superiore, e particolarmente in quella a indirizzo tecnico-professionale, appare più facile inoculare nelle persone la voglia di fare e di rischiare. Può sembrare un’eresia ed è ancora una semplice sensazione, assolutamente opinabile, ma anche le difficoltà recentemente incontrate dal governo per l’abolizione del valore legale della laurea sembrerebbero confermarla. Se conta di più il titolo, con la sua forza omogeneizzante verso il basso, rispetto al percorso della persona nella specifica sede universitaria se ne deve dedurre che la responsabilità individuale ha, nella media dei laureati, un peso più basso del necessario nel costruire la propria fortuna. È qui invece che bisogna tornare.Trasmettere una passione, un saper fare, una voglia di sperimentare e di mettersi in gioco, di confrontarsi e di approfondire deve tornare a essere l’oggetto prioritario di ogni attività formativa e, quindi, di ogni rapporto docente-discente. Poco male se questo dovesse realizzarsi più facilmente in una scuola professionale o in un istituto tecnico, favoriti anche dall’avere lì a che fare con ragazzi e ragazze più "affamati" di realizzazione. Quali responsabilità, allora, nel sostenere, come sempre è stato fatto nel mondo di lingua tedesca, le esperienze delle migliori scuole di questo tipo, pubbliche e private, rivitalizzando la loro esperienza anche con il fattivo contributo delle imprese e valorizzandone il modello.Nell’ultima settimana mi è capitato casualmente di incontrare una ventina di trenta-quarantenni diplomati occupati, con diversa responsabilità, in aziende di settori differenti e in varie zone del Paese: qualcuno dopo il diploma ha intrapreso gli studi universitari, non sempre ultimandoli, altri no, ma tutti lavorano con passione e, anche se non parenti dell’imprenditore, coadiuvandone con responsabilità crescenti l’attività. Forse non cambieranno azienda, ma dovendolo (o volendolo) fare non incontrerebbero grandi difficoltà. E la monotonia non sanno cos’è. Almeno nel lavoro.