Opinioni

Reportage. Mogadiscio si appella all'Italia. Cibo e sanità, aiutateci a ripartire

Paolo Lambruschi martedì 19 luglio 2022

I ruderi della cattedrale di Mogadiscio, distrutta 30 anni fa

Lentamente il guardiano armato solleva la sbarra a un cenno del poliziotto che mi accompagna. Posso finalmente avvicinarmi ai ruderi della cattedrale di Mogadiscio distrutta 30 anni fa. I moncherini dei campanili abbattuti da una furia selvaggia, la facciata mutilata e la navata distrutta sono una ferita aperta anche in una città islamica e che ha cercato ordine e sicurezza nella shaaria. «Quando? », mi domanda l’uomo in inglese come se conoscessi la risposta. «Quando? », gli fa eco il clochard seduto sulle macerie lasciate sul sagrato.

Quando sarà ricostruita, vogliono sapere. Mogadiscio spera di vedere rinascere la grande chiesa cattolica costruita in stile neogotico nel 1928. Perché quando partirà la ricostruzione vorrà dire che Mogadiscio sarà libera dai terroristi di Al Shabaab e sicura. In questo simbolo della distruzione bellica fu assassinato il 9 luglio 1989, da un killer solitario e ignoto, il vescovo Pietro Salvatore Colombo. Uno dei tanti misteri somali, come l’omicidio nell’ottobre 1994 di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Il 6 luglio scorso, poco lontano da qui, nel quartiere della Medina, una bomba nell’auto ha eliminato Hashi Omar Hassan, imprigionato ingiustamente per 18 anni in Italia con l’accusa falsa di averli uccisi, e scarcerato nel 2017. Aveva ricevuto tre milioni di euro di risarcimento, forse è morto per aver rifiutato di pagare il pizzo a terroristi e criminali. O forse chi lo aveva incastrato ha voluto finire il lavoro. Impossibile dimenticare altri omicidi, come quello nel 1995 della dottoressa della Caritas italiana Graziella Fumagalli o quello nel 2006 di suor Leonella Sgorbati.

Sangue legato alle verità nascoste e all’insicurezza che tarpano ogni discorso di ricostruzione. L’organizzazione qaedista Al shabaab è stata cacciata dalla città 11 anni fa, ma ha infiltrato tutti i gangli di questa società patriarcale e clanica, colpisce infatti con attentati e chiede il pizzo a chi ha un’attività imprenditoriale per finanziare le proprie attività e il controllo del territorio nella Somalia centromeridionale. Il tempo a disposizione per uno straniero fuori dalla green zone militarizzata dell’aeroporto è finito. Un’ultima occhiata alla croce di pietra in cima ai resti della cattedrale e si riparte.

Mogadiscio era considerata tra le capitali più belle d’Africa fino al 1991, la perla del Corno. Oggi nonostante tutte le difficoltà prova a ripartire grazie ai capitali della Diaspora e di una neo borghesia che spesso ha lucrato sugli aiuti umanitari in uno dei paesi più corrotti. Dal mercato di Bakara sulla strada che porta ai palazzi del potere ancora bucati di pallottole si affacciano alberghi e palazzi nuovi, secondo Al Jazeera la città è in piena bolla edilizia. Merito anche dei turchi che hanno restaurato 11 anni fa l’aeroporto internazionale e aperto il grande ospedale "Erdogan" in uno dei momenti più difficili della Somalia, anche allora alle prese con la carestia. Hanno investito un miliardo di dollari costruendo una base militare dove formano truppe d’élite e una grande ambasciata sul mare, l’unica fuori dalla zona di sicurezza. È la strategia adottata in paesi chiave per i flussi migratori e commerciali come Niger Somalia Libia e trascurati dall’Occidente.

La nostra persistente assenza ha causato invece l’abbandono dei palazzi italiani storici centrali, degli hotel e delle scuole dei missionari che hanno formato la classe dirigente. L’ambasciata è semidistrutta ed è diventata un rifugio per gli sfollati della peggiore carestia degli ultimi 40 anni. Ma è verso il mare che la resilienza della città diventa più intensa. Al Liido, oasi di normalità con le spiagge e i ristoranti di pesce la gente fa il bagno nell’oceano e colori e forme delle case ricordano il Mezzogiorno. La giornalista italo somala Shukri Said ribadisce che le opportunità per l’Italia sono molte in questa fase, con il nuovo presidente Hassan Mohamud che ha promesso sicurezza e riconciliazione nazionale. «Il governo Conte-bis fece in tempo a stipulare un accordo quadro bilaterale con il vecchio presidente Faarmajo. È da riempire per creare sviluppo. Senza dimenticare i vecchi scandali della cooperazione, ora andiamo avanti. Se ad esempio non investiamo nel settore ittico il pesce somalo lo congelano e lo portano via i cinesi». Sono in tanti a condividere queste idee a Mogadiscio e in Italia.

«La Somalia oggi ha bisogno degli italiani». È un mantra che ripetono diversi esponenti della Diaspora in Italia, 30-40enni fuggiti dalla guerra civile e che da noi si sono spesso realizzati. Lo sostiene anche la comunità italofona locale, commercianti piccoli imprenditori e albergatori, un pezzo d’Italia che resiste. Per loro l’ambasciata ha posto un primo mattone finanziando il notiziario quotidiano in italiano che va in onda dalle 14,30 alle 15 dai 90 Fm di radio Mogadiscio, emittente pubblica. Lo conduce Ali Hussein Yassin, giornalista navigato di 67 anni che alle scuole dei Padri filippini venne soprannominato Corrado. Dopo 30 anni l’italiano è tornato. «Il programma è partito a gennaio – spiega Corrado – offriamo notizie su Somalia, Italia e sugli italiani all’estero. La comunità italofona in Somalia spera che Roma torni a investire almeno nella cultura».

Un prestigioso italofono è Abdelkadir, primogenito di Aden Abdulle, primo presidente della Somalia indipendente. Laureato negli anni 60 in ingegneria elettrica a Roma, Abdelkadir guida la fondazione socio sanitaria dedicata al padre. Con lui parliamo della siccità che ha provocato almeno 800mila sfollati in uno dei Paesi più po- veri del globo. «Questa è la stagione delle piogge – spiega – però è piovuto solo a Mogadiscio, 30 km fuori comincia la siccità. Il fiume Scebeli ad esempio ha il 30% dell’acqua». Sul versante umanitario la Somalia è tornata ad essere uno dei 20 Paesi prioritari per la Farnesina. «Con la Cooperazione italiana e la ong Emergenza sorrisi – prosegue – la fondazione ha preparato un progetto partito il 15 giugno. Per 10 mesi due medici e quattro infermieri si recheranno ogni giorno nei campi dei pastori sfollati. Hanno dovuto uccidere a causa della carestia le bestie, vengono dalle campagne arse a Mogadiscio a cercare cibo e lavoro. Diamo assistenza a madri con bambini e a persone vulnerabili». Oltre al blocco del grano ucraino e dei fertilizzanti, sono in forte ritardo gli aiuti chiesti dall’Onu per la carestia. «La guerra in Ucraina ha assorbito risorse e attenzioni. Finora è arrivato solo il 4% degli aiuti. C’è gente che sta morendo di fame. Una situazione gravissima ». Della quale pagano il conto i più deboli.

«Almeno mezzo milione di bambini somali sotto i cinque anni rischiano di morire di fame e un milione e mezzo è affetto da malnutrizione ». Uba Farah scandisce le cifre con accento romano. Dirige il dipartimento della salute della madre e del bambino del ministero della sanità somalo. È fuggita in Italia durante la guerra civile, si è laureata attraverso borse di studio in medicina alla Sapienza e si è specializzata con un master in pediatria alla Cattolica. «Lavoravo con contratto a tempo indeterminato al San Filippo Neri – racconta –. Sono tornata in Somalia e ho deciso di restare per aiutare il mio Paese. È una grande sfida. Stiamo cercando di rimettere insieme il sistema sanitario che era crollato ». In Somalia sono tornati come lei dal nostro paese una trentina di medici fuggiti giovanissimi dal conflitto. Cosa può fare l’Italia? «Investire in borse di studio per la sanità. Abbiamo bisogno di formare subito infermieri, medici per i pronti soccorso, pediatri e oncologi. C’è la guerra in Ucraina, ma non potete più dimenticarci».