Opinioni

Shoah, negazionismi, ruolo dei musei, gusto per il marchio. La memoria è vita

Donatella Ester Di Cesare venerdì 27 gennaio 2012
Sacralizzazione dello sterminio, abusi e sfruttamento della memoria: così sono andate moltiplicandosi negli ultimi anni le critiche alla celebrazione del 27 gennaio. Già nel 1998 lo scrittore tedesco Martin Walser aveva dichiarato la «inutilità di ricordare Auschwitz». È emersa a poco a poco una corrente che, mentre rivendica un sano oblio, ammonisce a non cadere in quella che persino il filosofo Paul Ricoeur ha definito la «trappola del dovere della memoria». Dietro queste posizioni non è difficile scorgere un’insofferenza verso un capitolo del passato che avrebbe dovuto essere chiuso già da tempo, sigillato forse da un perdono assolutorio. La questione, tuttavia, è più complessa. Non solo perché aggressiva è divenuta la mobilitazione di coloro che negano le camere a gas e i forni crematori. La certezza che il ricordo della Shoah avesse permeato le coscienze si è andata erodendo. Man mano che si sono diffuse le celebrazioni della memoria, che si sono inaugurati in gran pompa i musei, la propensione a stigmatizzare gli ebrei si è rafforzata. Non è un paradosso. Il senso di colpa è stato consegnato ai monumenti inerti, mentre, senza troppi scrupoli, e nel rispetto della moralità, si è potuto escludere di nuovo il popolo ebraico. Già mettendone sotto accusa la memoria. "Condannati" alla conservazione morbosa nei musei, gli ebrei non hanno diritto di esistere se non per la sofferenza subita. Come se la dignità fosse nell’aver perduto la dignità, calpestata nel campo di sterminio, come se la legittimità potesse derivare solo dalla condizione di vittima. L’unico ebreo riconosciuto è allora la vittima anonima, non l’ebreo che è nella vittima. L’Occidente sembra celebrare il popolo disfatto, annientato e nullificato, nell’istante stesso in cui ignora quello vivo. Ma sbaglia chi accusa il popolo ebraico di profittare della memoria per perseguire i propri interessi, perché al contrario è il ruolo della vittima che impedisce di riacquistare dignità. Senza considerare che l’accusa è una contraddizione: da un canto si rimprovera agli ebrei di installarsi nel ruolo delle vittime, dall’altro, quando tentano di uscirne, vengono tacciati di essere aggressori. Proprio perché gli ebrei sono stati disumanizzati nei campi di sterminio, è forte la tentazione di collocare Israele nel campo dell’inumano. Ma dopo le rampe di Auschwitz le non-persone hanno ritrovato una dignità umana che non può più essere pregiudicata. È bene allora sottolineare che il ricordo non è scontato. E la narrazione della Shoah non può essere né ridotta a un accumulo di documenti, né tanto meno affidata ai musei. Piuttosto deve essere racconto vivo e condiviso. Anche a questo ci richiama la Giornata della memoria. Lo sterminio degli ebrei d’Europa è stato infatti il risultato estremo di una politica del crimine, che non è passata e superata. Lo conferma la contestazione postuma del martirio da parte dei pretesi "revisori della storia". Perciò della Shoah devono essere scrutate le possibilità occulte e inquietanti che la modernità sarebbe ancora in grado di riservare. Non è un caso che i negazionisti traggano profitto da una politica nazionalistica che parla di «espulsioni» e «rimpatri», che ha il gusto per il marchio e lo statuto speciale, che punta l’indice contro l’immigrato, il clandestino, lo straniero. Come ha detto più volte Emmanuel Lévinas, l’antisemitismo è l’archetipo di ogni internamento.