Opinioni

Roma, la ferocia e l'umanità. Il dovere di resistere

Gianfranco Marcelli venerdì 6 gennaio 2012
Di fronte all’orrore del duplice delitto dell’altra sera a Roma, bisogna ricominciare a guardarsi dentro, scendendo giù giù in fondo, nei ricettacoli più nascosti della propria coscienza. Bisogna farlo per provare a capire: almeno provare, perché forse la garanzia di riuscirvi non c’è. A tentar di comprendere da romani, da cittadini di questa Capitale di nuovo sconvolta dalla violenza più brutale, che cosa abbia spinto due ragazzi nati a quanto pare nella nostra stessa città, due giovani che hanno sì e no l’età dei nostri figli, a puntare la pistola contro un padre con una bambina di 9 mesi in braccio. E poi a fare fuoco, con rabbia, forse per vendicarsi di un "colpo" che sta andando male, incuranti del dolore incommensurabile che si sta seminando.Come mai – si dirà – non chiederlo piuttosto a loro, appena li prenderanno (perché devono prenderli, su questo non c’è dubbio)? Ho paura che non servirebbe a molto. Credo invece vada chiesto anzitutto a noi stessi, a chi vive da sempre in quest’Urbe irriconoscibile, dove la sacralità della vita appena sbocciata, dai tempi in cui l’inculturazione cristiana aveva cancellato i rituali barbari dell’abbandono, è stata per secoli una regola tacitamente accettata, quasi iscritta nel genoma civile della sua comunità. Al punto da far inventare al popolino figure protettrici inesistenti come "santa Pupa", da invocare sui figli piccoli in ogni circostanza pericolosa.Se non si compie questo tentativo, tutti insieme, cercando per quanto possibile di sottrarsi all’immancabile gioco delle strumentalizzazioni e delle ritorsioni pseudo-politiche, non so proprio come possa innescarsi quell’indispensabile «sussulto morale» che il cardinale Agostino Vallini, il Vicario del Papa per la diocesi, ha invocato ieri da tutti i romani. È uno sforzo di ricerca impegnativo, forse doloroso, che dovrebbe portare a rammaricarsi di tante superficialità, tante trascuratezze, tanti menefreghismi personali e collettivi consumati in questi pochi decenni che ci separano dal secondo dopoguerra. Da quei tempi non così lontani nei quali un bambino era figlio di tutti: dei genitori ma anche del vicinato, della famiglia ma anche dell’estraneo che si imbatteva per caso in lui.Non è questione di nostalgia né di rimpiangere presunte "età dell’oro" che sappiamo bene non essere mai esistite. Tutti ricordiamo, e in tanti abbiamo sperimentato, le forme di sofferenza legate all’ignoranza e alla povertà, con il degrado morale e sociale che spesso ne scaturiva. Ma oggi siamo costretti a fronteggiare questo "di più" di efferatezza contro gli innocenti, questo cinismo indifferente al quale non ci si può assolutamente rassegnare.Le autorità civili e politiche facciano le necessarie valutazioni e prendano le misure opportune per rassicurare un’opinione pubblica che sente crescere l’insicurezza e la paura. Chi indaga non risparmi sforzi per assicurare alla giustizia i colpevoli. Ma tutti, ogni singolo romano – di nascita, di adozione o ancora solo di desiderio, come le vittime cinesi della Marranella – ha il dovere di resistere a questa minaccia oscura, a questa silenziosa forma di assuefazione al male, che tanto spesso è figlio dell’ignavia e del ripiegamento su noi stessi e sui nostri piccoli interessi particolari.L’immagine incancellabile della tragedia di via Giovannoli è quella consegnata alle cronache dal testimone che ha descritto la scena osservata pochi minuti dopo il delitto: la giovane mamma ferita e seduta in terra, che accarezza inebetita la sua piccola ormai priva di vita. Tutto intorno i bassi condomini di un quartiere popolare, nelle cui case tanti presepi ospitano le piccole effigi di un’altra Madre che contempla un altro Bambino. In questi pochi giorni in cui ancora le luci del Natale resteranno accese, sarà bene che tutti, a Roma e non solo, sappiamo dedicare qualche momento a riflettere sull’unico vero antidoto che, da quella grotta, può davvero aiutarci a combattere e a sconfiggere il veleno dell’odio.