Opinioni

La Chiesa italiana e le speranze di tutti. Mano di madre da afferrare

Francesco Ognibene martedì 21 aprile 2020

Forse la gente stava solo aspettando, senza neppure saperlo. Forse sarebbe bastato anche molto meno della drammatica sollecitazione di un disastro come quello cui stiamo assistendo da settimane. Forse la domanda di un segnale che sapesse parlare al cuore profondo di un popolo era lì, inespressa, e chiedeva il coraggio di farsi avanti, di ascoltarla, senza paura di passare per nostalgici di un tempo tramontato. L’iniziativa della Chiesa italiana di affidare il Paese «alla protezione della Madre di Dio come segno di salvezza e di speranza» la sera del 1° maggio nella basilica di Caravaggio arriva nel momento in cui stiamo provando a rialzarci e c’è bisogno di una mano da afferrare. Di lì a tre giorni scadrà il termine fissato dal Governo per capire se – con tutta la prudenza imposta dalla situazione, per gradi, regione dopo regione, attività per attività – riusciremo a riprendere la via verso una desiderata normalità, un viaggio nel quale non potremo fare a meno di portare con noi la memoria viva e dolorosa di quel che sperimentiamo, con tutte le conseguenze che devono ancora presentarci il loro amaro conto. È in questa terra di nessuno – ancora deserto, e non ancora strada lastricata – che arriva una proposta che parla al cuore e alla memoria religiosa degli italiani.

Nell'incertezza su cosa accadrà, e ancor più di quel che va fatto per affacciarsi a un futuro abitabile, c’è bisogno dell’atto umano dell’affidarsi, e prima ancora di qualcuno che ci proponga di farlo, con coraggio e semplicità. Saturi come spesso ci sentiamo delle pur doverose analisi scientifiche, sanitarie ed economiche, di ricette per la ricostruzione, e ora già anche delle incipienti liti condominiali su ragioni, torti e formule magiche per rimettersi in piedi, avvertiamo l’esigenza di consegnare a qualcuno inquietudini e umane paure. È tanto più mentre cresce un amaro smarrimento davanti al riaccendersi del contenzioso per fazioni, che s’era fermato giusto perché davanti allo scempio del contagio da coronavirus era venuto meno il fiato per alimentare le polemiche. Ma c’è bisogno di aver chiara, proprio adesso, la consapevolezza di un destino comune, di un superiore bene di tutti, di un sacrificio necessario di una parte delle proprie ragioni per far spazio anche a quelle degli altri, e così venirne fuori insieme, senza la consueta ansia di stabilire vinti e vincitori.

La lezione di questo tempo di prova è davanti agli occhi di tutti, innegabile. C’è dentro anche la ricerca di un nuovo legame con radici religiose comuni - quasi un alfabeto elementare sul quale forse tanti si stanno come ritrovando - che possono restituire un senso e una direzione al nostro vivere proprio mentre viene messo così radicalmente in discussione. È la coscienza di una sfida grande e decisiva a riproporre parole e gesti che si credevano archiviati nella soffitta del passato, o nella cerchia di "chi ci crede". E in davvero tanti sentiamo l’urgenza di essere all’altezza del passaggio che stiamo compiendo, senza eccezioni e, anzi, con più doveri per chi ha responsabilità pubbliche. E adesso che dalla scelta della direzione dipende cosa ne sarà di noi domani – un crocevia da far tremare, se ci pensate – ci viene offerto di attingere a una riserva condivisa di saggezza, di umiltà, di senso della realtà. Di indulgenza per la fatica di una segregazione interminabile, di dolcezza, anche, per compensare il troppo faticare, essere incerti, soffrire, ognuno a suo modo.
Tutto ciò che accade mostra quanto sia fragile la nostra condizione. Per questo abbiamo anche bisogno di sentirci parlare di Maria, di una Madre che abbraccia le domande più angosciose e non le liquida come esitazioni importune. Desideriamo di saperci capiti mentre cerchiamo di comprendere cosa accadrà.

Che questa umanissima domanda fosse il vero nucleo dolente nel tempo sospeso del lockdown l’hanno compreso i tanti vescovi che hanno proposto – a decine, ormai – atti analoghi a quello che si compirà per tutti a Caravaggio, nella pianura lombarda al confine tra terra cremonese e bergamasca, cuore dolente della quarantena italiana. Il primo giorno di maggio siamo invitati a salire in braccio alla Madonna, con la fiducia dei bambini. Trovando certamente, nella festa dei lavoratori, anche lo sguardo di Giuseppe: perché è come membri di una stessa famiglia che oggi abbiamo bisogno di sentirci e ritrovarci.