Opinioni

Il bando di concorso per i 11.542 esclude i laureati più recenti. Mancano i «prof» giovani E continueranno a mancare

Roberto Carnero mercoledì 26 settembre 2012
Dopo diverse settimane di annunci, dichiarazioni, indiscrezioni, ieri è stato finalmente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il bando del concorso per 11.542 nuovi insegnanti. Entro un mese andranno presentate le domande, a dicembre le prove preselettive, a seguire le prove scritte e quelle orali. Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ci teneva molto: far partire la macchina del reclutamento dei docenti, ferma ormai da 13 anni (l’ultimo concorso ordinario era stato bandito nel 1999). Il fatto in sé è positivo. Tuttavia, leggendo il bando, si confermano le ragioni delle perplessità sollevate da più parti nelle scorse settimane. Una prima contraddizione, forse quella più lampante, è relativa alle restrizioni poste alla partecipazione alle procedura concorsuale. Il bando è infatti aperto soltanto a precise categorie di candidati: coloro che sono già inseriti nelle graduatorie permanenti, gli abilitati dalle Ssis (le scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario), i laureati entro l’anno accademico 2001-02 per le lauree quadriennali e i laureati entro il 2002-03 per quelle quinquennali. Per la scuola elementare potranno partecipare non solo i laureati in Scienze della formazione, ma anche coloro che abbiano conseguito il diploma magistrale entro il 2002. A parte la stranezza di quest’ultima possibilità (era da anni ormai che per insegnare alle elementari serviva la laurea, ora si torna al semplice diploma), parlavamo di contraddizione perché nelle sue dichiarazioni (dall’annuncio del concorso in poi) il ministro in carica aveva sempre insistito su un preciso obiettivo: aprire le porte della scuola a docenti giovani. Ma qui a poter partecipare saranno i quarantenni o al massimo gli ultra-trentenni. In ciò nulla di male, ma è un peccato che si sia persa un’occasione per svecchiare una classe docente la cui età media, soprattutto nella secondaria superiore, è tra le più alte in Europa (siamo sui 50 anni). Un problema segnalato nei giorni scorsi da una ricerca dell’Associazione TreeeLLLe e della Fondazione Rocca (che verrà presentata a Roma il 2 ottobre all’Università Luiss dallo stesso Profumo). La mancanza di professori giovani – segnala la ricerca – è una delle ragioni dell’incapacità del nostro sistema scolastico di aggiornarsi alle vorticose trasformazioni scientifiche, tecnologiche, sociali del mondo in cui viviamo e, quindi, di stare al passo con gli altri Paesi avanzati. Qualcuno dice che più di questo non si poteva fare. Perché, già così, sindacati e 'precari storici' sono sul piede di guerra. Questi ultimi ritengono infatti un torto ai loro danni un concorso che rischia di compromettere, per le immissioni in ruolo, l’unico criterio sinora seguito, quello dell’anzianità di servizio. Si tratta di proteste comprensibili da un punto di vista soggettivo: l’impressione, dopo molti anni di attesa, di essere 'scavalcati'. Ma compito della politica è quello di pensare al bene comune, in una logica di ampio respiro, superando, per quanto possibile, le logiche corporative: atteggiamento che a maggior ragione ci aspetteremmo da tutti i membri di un 'governo tecnico'. Ciò non significa misconoscere i diritti acquisiti: anche con un bando aperto a tutti, neolaureati compresi, nessuno avrebbe comunque vietato ai precari di parteciparvi. Buona, invece, l’idea di mettere a concorso un numero di posti pari alle effettive disponibilità di cattedre: questo per evitare la formazione di ulteriori 'code' di vincitori da smaltire nel corso di molti anni. Apprezzabile anche la novità della 'lezione simulata' nella prova orale: è la prima volta che a un concorso per la scuola non si testano soltanto le conoscenze, ma anche l’effettiva capacità di trasmetterle. Quanto alle conoscenze, però, appare un po’ troppo debole la loro verifica, limitata ai 'quesiti a risposta aperta' della prova scritta, che sostituiscono gli elaborati più ampi e impegnativi dei vecchi concorsi. Non dimentichiamo una verità lapalissiana: per insegnare una materia, bisogna prima di tutto conoscerla.