Opinioni

Il direttore risponde. Mammafobia veneta. Sventata, ma…

Marco Taquinio domenica 1 settembre 2013
Caro direttore,
«Ehi, della gondola, qual novità?», cantava Arnaldo Fusinato in una celebre poesia popolare. A pochi giorni dal tragico incidente con morte del turista tedesco (cause: traffico incontrollato in Canal Grande, gondoliere positivo al test antidroga, eccetera) la novità è questa: 40mila euro per il 2013, 120mila per il 2014, sono stati stanziati dal Comune di Venezia per il nuovo quasi-assessorato (è retto da una consigliera con delega) ai Diritti civili, contro le discriminazioni e per la cultura Lgbqt. La neo assessora Camilla Seibezzi inizia il mandato cancellando d’un colpo le parole “mamma” e “papà” dai moduli di iscrizione agli asili nido e alla scuola dell’infanzia; a Venezia sarà obbligatorio scrivere “genitore uno” e “genitore due” (o, a scelta “genitore primo” e “genitore secondo”). Ci battiamo contro le gerarchie, proclama Seibezzi. Come se “genitore uno” e “genitore due” (o “genitore primo” e “genitore secondo”) non costituisse di per sé una clamorosa gerarchizzazione operata in base a chissà quale misterioso criterio “egualitario”. La quasi­assessore annuncia immediate correzioni anche sui testi scolastici dove non dovrà rimanere traccia di dizioni privilegiate quali i deplorabili “madre” e “padre”; ogni altra coppia di qualsivoglia altro “genere” dovrà essere presentata adeguatamente su un piano di assoluta parità senza possibilità di obiezione alcuna. Il sindaco Orsoni, autore della delega, si rabbuia: «Seibezzi parte male, nulla sapevo di tutto questo». Sì, però è “partita”. Con il denaro di tutti; anche di chi paga le tasse al Comune senza nemmeno poter più dire che è contrario... Sarà questo l’effetto immediato per tutta Italia all’indomani dell’approvazione della legge anti­omofobia? Speriamo di no.
Gabrie​lla Sartori
Diciamo subito che il sindaco di Venezia ha infine garantito che di questa follia «non se ne farà nulla». Lo abbiamo registrato, ieri, con sobrio sollievo. Ma vale la pena, cara amica, di spendere qualche parola in più. Le cronache hanno infatti raccontato che il consigliere delegato veneziano anti– discriminazioni, signora Camilla Seibezzi, nel discriminare “madri” e “padri” sino alla rimozione dal lessico comunale, avrebbe dato rigorosa attuazione a quanto disposto, già alcuni mesi fa, dall’assessore “alla cittadinanza delle donne” Tiziana Agostini. Belli i tempi in cui nei Comuni gli assessori erano pochi ed erano tenuti ad amministrare – forse banalmente, e solo secondo la legge – bilancio, finanze, viabilità, istruzione, lavori pubblici, cultura... Insomma, i servizi alla comunità civile e alle famiglie che la compongono (che sono inevitabilmente costituite, guarda a un po’, grazie a una mamma e a un papà, che poi a volte vengono a mancare per i più diversi motivi, ma in principio ci devono naturalmente essere). Oggi invece, cara amica, un po’ ovunque siamo alle deleghe più suggestive e creative, al “tutto è politica” da assessorato (o quasi–assessorato) ad hoc persino nel momento in cui gli italiani non perdono occasione per dimostrare di non poterne più dell’asfissiante politica delle poltrone, delle propagande e delle fisime politicamente corrette che ignorano, svalutano e rendono difficile la vita della gente comune... Restando a Venezia, e stando alla prima reazione stupita e dolente del sindaco Orsoni – che ha ammesso di essere stato tenuto all’oscuro dell’abolizione burocratico– amministrativa di mamme e papà tentata nella sua città –, potremmo per di più annotare che nella serenissima municipalità lagunare le deleghe da assessore (o da quasi–assessore) fino a ieri erano vissute da almeno un paio di politici come un mandato da dittatore nell’antica Roma: un potere indiscutibile e assoluto di fare la guerra. E questo, indubbiamente, è un problema serio, ma tutto sommato minore rispetto all’obiettivo della guerra stessa: i genitori, che non si vuol più riconoscere per il loro ruolo naturale femminile–maschile, ma si pretenderebbe di rendere burocraticamente asessuati e (a dispetto dei proclami egualitari) gerarchizzati per numero. Tutto è bene quel che finisce bene? Non esattamente. Vedo nuove cicatrici che restano. E non posso fare a meno di pensare, lei ha proprio ragione, che tra un po’ potremmo addirittura rischiare l’incriminazione per il fatto di obiettare di fronte a simili pazzesche derive. A questo conduce la legge sull’«omofobia» confezionata alla Camera. Un testo che è stato pensato e resta – nonostante le battaglie di buon senso di un gruppo trasversale di parlamentari – una sorta di “formula magica” per cambiare il mondo degli uomini e delle donne (trasformandolo nella patria della propaganda del “gender”). Un testo che punta a imbavagliare chi difende la famiglia naturale fondata sul matrimonio (articolo 29 della Costituzione ancora e sempre vigente). Grazie, cara professoressa, perché è andata al cuore del problema. So che la linea d’attacco alla famiglia “tradizionale” è tracciata, vedo la sicumera e l’arroganza di quanti si sentono già vincitori in una battaglia che purtroppo non è neanche lontanamente condotta per il rispetto di tutti (rispetto che va civilmente dato a ogni persona, quale che sia il suo orientamento sessuale o culturale, e la legge “uguale per tutti” dev’essere efficace nel tutelare questo principio). Il pressing in atto si rivela, infatti, sempre più chiaramente un’offensiva su diversi piani e fronti per affermare speciali privilegi e piegare la realtà alle teorie di lobby e gruppi di interesse. Eppure, la vicenda veneziana lo dimostra, ho la sensazione che si stia abusando davvero troppo dell’intelligenza, della pazienza e dei sentimenti di tutti noi. Stiamo arrivando, dritti dritti, alla “mammafobia” e alla “papàfobia”. Sì, è davvero troppo.