Opinioni

Diventa madre in carcere. Che si fa del bimbo?. Male senza pentimento e la rivoluzione sperata

di Ferdinando Camon giovedì 13 agosto 2015
Sembrava una pena aggiuntiva, e dunque minore, e invece adesso diventa questa la pena più grave inflitta alla cosiddetta 'coppia dell’acido': la perdita della potestà genitoriale. Nella coppia la figura dominante era lei, la 24enne che organizzava la punizione dei suoi ex compagni, scagliandogli in faccia flaconi di acido, per sfigurarli. Otto mesi fa, subito dopo l’arresto, durante l’interrogatorio, la donna dichiarò di essere al primo mese di gravidanza. Quindi aveva pensato, programmato ed eseguito il reato nella consapevolezza che avrebbe avuto delle conseguenze sulla sua maternità: tenere quel bambino con sé, vivere da madre insieme con lui, parlargli, baciarlo. Fare tutto ciò che fa una madre. Adesso è arrivato il momento in cui il bambino dovrebbe nascere. È questione di giorni. Il tribunale ha stabilito che la donna deve restare in carcere, andrà in un carcere adeguato, dove sono altre detenute-madri. Ci starà tre anni. A meno che il Tribunale dei Minori non decida diversamente, pensando di tutelare meglio il piccolo. Ma quali sono le alternative tra cui si può scegliere? Farlo nascere in carcere e lasciarlo crescere per i primi anni con la madre? Sottrarlo alla madre e affidarlo ai nonni? O sottrarlo anche ai nonni e disporne l’adozione? Vediamole. Farlo crescere con la madre sembra una disposizione crudele perché il suo senso immediato è questo: un bambino, un neonato, in carcere, dov’è finita la madre. Un bambino che sconta la pena insieme con la madre, nascendo e restando nella sua cella. La gente così intende, ma così non è. La condannata, al momento di diventar madre, va in una sede predisposta ad accogliere e curare anche i neonati. Sedi così ce ne sono, e dentro vi stanno madri con colpe anche più gravi, perfino l’omicidio. Ma questo non eviterebbe del tutto al bambino di rendersi conto, prima o poi, della realtà: la madre è cattiva, molto cattiva, ha commesso una colpa grave, vive dentro una prigione mentre l’umanità vive fuori. Se la convivenza madre-figlio dura un triennio, un bambino, che appena nato non capisce niente, farebbe in tempo a intuire qualcosa. C’è chi pensa che questa non sia una soluzione buona, né per la madre né per il figlio. E allora, affidare il piccolo ai nonni? Resterebbe il legame con quella madre, la sua influenza, la sua autorità, e non si parlerebbe che di lei e di quel che ha fatto, forse anche trovando delle scusanti, che invece la Giustizia non vede. E noi dobbiamo calare nel bambino il punto di vista della Giustizia, non dei suoi nemici. Dobbiamo allevare un figlio della società, non di un clan. Terza ipotesi: preparare la strada all’adozione. Con l’adozione il piccolo crescerebbe senza l’influenza diretta o indiretta di una madre che sta fuori della legge, e verrebbe su come gli altri bambini. Ho scritto 'che sta fuori della legge' e ci torno sopra perché il problema è tutto qui. Togliere un figlio a una madre è un gesto terribile, non togli la vita alla madre, le togli molto di più: la speranza di vivere oltre la vita, reincarnata nel figlio. Non sono un giurista ma un uomo della strada, e cerco di ragionare non da esperto del diritto ma da uomo della strada. Questa donna non si è pentita e non si pente. È questo il problema. È un problema che ostacola il cammino alla pietà, che tuttavia ogni uomo dovrebbe sempre provare verso chi fa del male. Se questa donna avesse coscienza di aver sbagliato e fosse pentita, allora 'sarebbe con noi', non 'contro di noi', e dandole il suo bambino non lo perderemmo. Invece sostiene che c’è una logica e una giustizia in quel che ha fatto, rivendica la coerenza dello sfregiare i volti dei compagni precedenti col 'liberarsi delle esperienze negative', e dunque sente l’aggressione con l’acido come un miglioramento di se stessa. Sfigurare i compagni passati è un modo per cancellare il passato. Questa donna, che fra qualche giorno avrà un figlio, ha fatto del male applicando un sistema per cui il male è un bene. Allora, per noi, far vivere il bambino con lei vuol dire calarlo in quel sistema. Questo non è il bene del bambino. Sarebbe suo interesse crescere con un padre e una madre che, se han commesso qualche sbaglio (tutti abbiamo commesso degli sbagli), gliene dispiace e cercano di non ripeterlo. Allevare un figlio vuol dire allevare un continuatore. Qui sarebbe meglio non continuare, ma ricominciare da un altro inizio. Ma: e se il nuovo inizio fosse la maternità? Se la ragazza violenta e non-pentita, vivendo col figlio, imparasse la dolcezza, la non-violenza e il pentimento? Sarebbe una rivoluzione. E cos’altro è la maternità?