Opinioni

Il direttore risponde. «Male che sgomenta, dovere di essere giusti»

mercoledì 31 marzo 2010
Caro direttore,chissà quante lettere avrà ricevuto sul caso dei preti pedofili. Sono un prete e in questi giorni mi sento particolarmente affranto. Prima di tutto per gli abusi di cui vengo a conoscenza. Non posso nascondere che proprio perché faccio il prete sono abituato a non scandalizzarmi di nulla; mi rammarico nell’apprendere certe notizie ma non lo faccio con ipocrisia. So che ci sono preti pedofili, preti ladri, preti adulteri, preti deboli, preti peccatori... padri pedofili, ladri, adulteri e peccatori... e così via fino ad includere tutte le categorie di persone. Sono addolorato del male che affligge il mondo e, non v’è dubbio, più ancora quando a produrlo sono i discepoli di Colui che è venuto per sconfiggere il male. Ma ascolto con sgomento le notizie di dimissioni, di ammissioni di colpa, di insinuazioni di colpevolezza verso chi sapeva. Con sgomento perché mi chiedo cosa significhi «sapere». Se un vescovo «sapesse» che un prete è pedofilo in base a cosa potrebbe saperlo? È molto importante questa domanda banale perché per qualunque crimine potrebbe accadere a me domani che il mio vescovo venga «informato» di una mia colpevolezza. E mi chiedo: la presunzione d’innocenza dove va a finire? La norma civile e democratica per cui uno è da ritenersi innocente finché non sia stato processato e condannato, dove va a finire? Come può un vescovo sapere che un prete è pedofilo e di conseguenza togliergli la parrocchia? Me lo chiedo perché sono convinto che si sappia che un prete (come chiunque altro) è pedofilo (o qualunque altra cosa che sia reato) solo dopo che sia stato processato. Mentre è in corso il processo lo si potrà prudenzialmente sospendere, in via cautelativa anche imprigionare se le prove siano tali da consentirlo. Che prudenzialmente un vescovo sposti un prete perché ha ricevuto delle voci è ammissibile; ma mi chiedo, in questo mondo di crocifissori, cosa accadrebbe se domani, presumendo che sono pedofilo, venissi impedito di esercitare il mio ministero? Abbiamo avuto un caso in diocesi: accusato, processato in primo grado, processato in secondo grado e assolto. Eppure non può fare il parroco per prudenza. La prudenza la accetto ed è una discrezionalità del vescovo ma fino a che punto ci si può dimenticare che alla fine esiste una giustizia alla quale bisogna rivolgersi (ed è un dovere farlo, in alcuni casi un diritto il non farlo) e che può decidere dell’innocenza e della colpevolezza avendo gli strumenti di indagine adeguati? La Chiesa, che pure ha una sua struttura giudiziaria, è in grado, salvo casi estremamente palesi o riguardanti la dottrina, di fare indagini adeguate? Vogliamo rimettere in piedi l’inquisizione? Ma anche mi chiedo: se il vescovo «sapesse», può lui iniziare con una denuncia un processo civile? Credo che non tocchi a lui, proprio per quella libertà che consente a chi è stato offeso nella sua intimità di denunciare oppure no il suo aggressore. Sono mortificato, offeso e confuso in mezzo non solo a queste accuse ma anche a queste scuse, a questi mea culpa. Forse vorrei che si dicesse con maggiore chiarezza che nella Chiesa non condanniamo nessuno finché non sia provata la colpevolezza del reo come vuole ogni organizzazione rispettosa della dignità delle persone. Forse mi aspettavo che non si chiedesse scusa se qualcuno, che non mi risulta fu processato, non è stato sbattuto in cantina come una scatola vecchia mentre forse era innocente e vittima degli ennesimi crocifissori. Due rischi terribili: lasciare un bambino in balìa di un ipotetico pedofilo e, dall’altra parte crocifiggere un ipotetico pedofilo. Il rispetto della persona è tale che principi chiari, ferrei, democratici, e solo questi possono salvarci da una catastrofe morale e umana che non oso immaginare. Non so se queste riflessioni abbiano un senso, ma le volevo condividere.

don Luca Franceschini

Sono dubbi e pensieri utili, caro don Luca. E soprattutto sono dubbi e pensieri veri. Di un prete vero, di uno che sa che cosa vive tra la sua gente, per la Chiesa. Di uno che sa di che cosa parla. Ma la parola del Papa ci è di conforto e di guida anche in questo frangente: trasparenza, fermezza, giustizia e carità.