Opinioni

Dieci anni di parità scolastica «zoppa»: l'esperienza di un genitore. Quei pregiudizi che soffocano la libertà di educazione

Ernesto Mainardi venerdì 12 marzo 2010
Sono un genitore che per i suoi tre figli ha scelto il percorso della scuola paritaria: sentivo il bisogno di essere accompagnato dall’opera di insegnanti con cui condividere un progetto educativo e una visione dell’uomo e della vita. In una società sempre più frammentata, con riferimenti più labili, dominata dall’individualismo come quella di oggi, volevo offrire una bussola di orientamento. Né un privilegio né una scelta eccentrica, ma un diritto riconosciuto dalla Costituzione. Tre figli a scuola – da quella dell’infanzia fino alla maturità – corrispondono a 48 anni e, scegliendo la paritaria, a 48 rette scolastiche da pagare, con molti sacrifici e più di una rinuncia, vista la mia condizione di "normale" lavoratore dipendente. Per questo, ricorrendo in questi giorni i dieci anni dall’approvazione della legge sulla parità, mi rendo conto di avere subito un’ingiustizia, e capisco che la subiscono ancor più coloro che non possono permettersi di scegliere la scuola che giudicano più adeguata per i loro figli. Ma in che Paese viviamo, se la libertà proclamata non è garantita? Non è in gioco la possibilità di scegliersi un’auto o un vestito, ma la libertà di educazione, che per essere piena deve essere esercitata senza condizionamenti economici. È un’ingiustizia che la mia e tante altre famiglie italiane subiscono mentre in tutta l’Europa – compresa, spesso, quella ex-comunista – la frequenza di un istituto non statale fa parte dei diritti sostenuti, anche finanziariamente, dallo Stato. Quando però le indagini internazionali rilevano gli scadenti risultati dell’istruzione italiana rispetto alla maggior parte dei Paesi occidentali, nessuno mette in evidenza che una delle differenze riguarda proprio lo scarso peso della nostra scuola paritaria, che all’estero invece accoglie in media il 20 per cento degli studenti. Risulta evidente che la presenza significativa del comparto pubblico-non statale favorisce il miglioramento di tutto il sistema scolastico chiamato a confrontarsi liberamente per raggiungere risultati migliori e ampliare l’offerta formativa proposta alle famiglie. Un guadagno secco, dunque, per tutta la società, che si avvantaggia di una sana emulazione. In Italia invece quando si parla di finanziamenti alle famiglie (buoni-scuola o dote) o alle scuole paritarie si risveglia – nell’informazione dominante, fra i sindacati e nel mondo politico – una mentalità statalista che (chissà perché solo per quanto attiene all’istruzione), vede la "concorrenza" come il fumo negli occhi. Eppure, è chiaro a tutti che un’adeguata crescita del sistema nazionale integrato, introdotto dieci anni fa con la "legge Berlinguer", conviene a tutti per tanti motivi: garantisce un vero pluralismo, favorisce migliori risultati formativi degli studenti, permetterebbe (se fosse pienamente attuato…) un risparmio per le casse dello Stato. Gli istituti paritari, infatti, hanno un costo pro capite che mediamente è assai inferiore a quello delle statali. Guarda caso, alcune esperienze avviate in Europa da governi conservatori (Svezia, Spagna) che hanno visto finanziare e crescere le scuole non statali, sono state confermate da successivi governi di sinistra a motivo degli evidenti risultati positivi, anche dal punto di vista del bilancio statale. Dove si dimostra che il dato di realtà ha prevalso sull’ideologia. Perché in Italia questo non accade? A dieci anni dalla legge sulla parità, dopo le promesse di politici di destra e di sinistra, siamo ancora lontani dal traguardo: noi genitori ci auguriamo che finalmente qualcuno abbia il coraggio di investire sulla libertà di educazione. Per il bene dei nostri figli, di tutte le famiglie e di tutto il Paese.