Opinioni

Le scuse ai nativi canadesi. Mai più l'evangelizzazione diventi colonizzazione

Stefania Falasca sabato 2 aprile 2022

Il Papa lo ha detto chiaro e tondo: no, «senza una ferma indignazione», «senza memoria e senza impegno a imparare dagli errori» i problemi non si risolvono e ritornano. Lo vediamo in questi giorni a proposito della guerra. Non si deve mai sacrificare la memoria del passato sull’altare di un 'presunto progresso'. E in tempo di guerra Francesco è tornato ad additare ancora una volta il presunto sviluppo guidato soltanto dagli idoli del denaro e del potere. Idoli che compongono ancora oggi fondamentalismi ideologici, mascherati da idea di avanzamento, che portano a distruggere anche l’identità culturale dei popoli e la loro convivenza.

Papa Francesco lo ha affermato ieri, ricevendo in udienza i rappresentanti delle popolazioni native del Canada, dove ha intenzione di recarsi presto. Nel mirino è proprio l’amara constatazione di quanto sempre più larghi sono i fossati prodotti dalle colonizzazioni politiche, ideologiche ed economiche, spinte dall’avidità, dalla sete di profitto, incuranti delle popolazioni, delle loro storie e delle loro tradizioni, e della cura della «casa comune» del creato.

È tornato così ad additare la radice di molti orrori compiuti e mali diffusi: la mentalità coloniale. Una mentalità che sembra più rinvigorita che mai e che pur- troppo anche nella Chiesa, nei secoli, ha fatto danni. Quella stessa mentalità che strappa «senza rispetto » persone dall’ambiente vitale in cui vivono per omologarle.

Mentalità che più volte Francesco ha stigmatizzato come contraria alla fede e che lo aveva portato a indire, tre anni fa, anche il Sinodo per l’Amazzonia, nel quale il tema del rispetto delle identità aveva voluto sottolinearlo fin dalla Messa inaugurale nella Basilica vaticana: «Quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi». Una denuncia e un auspicio, scanditi in aperto riferimento al «fuoco divoratore » che «divampa quando si vogliono bruciare le diversità per omologare tutti e tutto».

Lette al presente sono parole che colgono pienamente nel segno. Non solo per le popolazioni inuit e métis del Canada che, oggi, chiedono giustizia e per le quali si è parlato di genocidio e di «genocidio culturale ». Una tragedia per la quale Francesco ha chiesto loro perdono per le 'agghiaccianti' complicità anche da parte di responsabili della Chiesa in quelle fatidiche 'scuole residenziali' istituite nel passato, nelle quali imponeva la cultura occidentale, spezzando l’identità, la spiritualità e la lingua dei popoli indigeni, portandoli allo sradicamento. Il Papa ha chiesto perdono, riconoscendo che con la mentalità colonizzatrice «la nostra storia recente è segnata dallo stigma dei fallimenti e delle mancanze nell’amore per il prossimo ».

E lo ha fatto con forza perché la Chiesa non può e non vuole seguire questa dinamica, perché quanto di positivo c’è nelle diverse culture arricchisce la maniera in cui il Vangelo è annunciato, compreso e vissuto, dato che una cultura sola non è capace di mostrare tutta la ricchezza di Cristo e del suo messaggio.

Al contrario, la Chiesa, assumendo i valori delle differenti culture, diventa come dice Isaia «la sposa che si adorna con i suoi gioielli», perché il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale dominante. La fede in Cristo, infatti, non è il prodotto di una cultura e non s’identifica con nessuna di esse. Rimanendo ciò che è, nella fedeltà totale all’annuncio evangelico e alla tradizione apostolica, essa, al contrario, deve prendere i volti dei popoli che l’accolgono e fra i quali metterà radici. La diversità culturale non minaccia quindi l’unità della Chiesa e non farebbe del resto giustizia alla logica stessa dell’incarnazione, ha scritto il Papa nell’Evangelii gaudium pensare a un «cristianesimo monoculturale e monocorde».

Non si tratta, perciò, solo di chiedere scusa per quanto compiuto in passato da parte di «diversi cattolici », ma di rimarcare oggi una visione che è propria della Chiesa e della sua missione nel mondo e che si distanzia da ogni pretesa mondana di colonizzazione, di omologazione politica e culturale, da ogni progetto di assoggettamento a un pensiero unico, che è la strada sulla quale passa la barbarie.