Opinioni

Il direttore risponde. Magistero e modernità, dialogo fecondo

sabato 4 luglio 2009
Caro Direttore, ho letto il libro «Siamo tutti sulla stessa barca», scritto dal card. Martini e da don Verzè e mi meraviglio che entrambi gli autori siano addolorati «di vedere evolversi la cultura mondana con un passo più veloce di quello della Chiesa ufficiale». Per loro «è causa di sofferenze il fatto che la Chiesa sembri rimanere un po’ ai margini, mentre l’umanità sembra avanzare senza Cristo». Ma in che direzione sta avanzando l’umanità e, in particolare l’Occidente in cui viviamo? Il mirabile progresso tecnologico degli ultimi decenni non è affatto contestato né ostacolato dalla Chiesa cattolica. Invece, la «cultura mondana», nel campo dell’etica, avanza rapidamente verso l’abisso del nichilismo e del relativismo, inevitabile conseguenza della scristianizzazione. Se si pensa al divorzio, ormai fenomeno di massa, alla legalizzazione permissiva dell’aborto, alle innumerevoli vite umane appena concepite sacrificate legalmente dalla generazione in provetta, dai contraccettivi abortivi, dalle pillole del giorno dopo; se si pensa alla legalizzazione dell’eutanasia e addirittura dell’infanticidio dei bambini handicappati (Olanda e Belgio), alla pornografia di massa e al riconoscimento legale delle coppie omosessuali (Zapatero docet), c’è piuttosto da rallegrarsi che il Magistero della Chiesa Cattolica non segua il mondo su questa strada e che il Papa continui coraggiosamente ad adempiere il compito datogli da Cristo di confermare nella fede i suoi fratelli.

Roberto Algranati, Merano (Bz)

Le sue puntualizzazioni, caro Algranati, lasciano la porta aperta a una riflessione severa. Nella storia della Chiesa il rapporto fra magistero e modernità non è mai stato sbozzato con l’accetta, ma è sempre stato il risultato duttile del cammino della Verità – della dottrina e del dogma – non sopra né accanto, ma «nelle» vicissitudini del mondo e dell’epoca. Non a caso l’imminente encliclica di Benedetto XVI è dedicata a una questione centrale del nostro tempo: quella sociale, tema su cui la Chiesa ha molto da dire e da insegnare, a partire dal primato della persona umana nell’economia, nel lavoro, nella più equa ripartizione delle risorse e dei beni. Oggettivamente – se letta con attenzione e senza pregiudizi – la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta oggi quanto di più avanzato vi sia in materia, e rappresenta un tesoro non solo per i credenti, ma per tutti gli uomini e per tutte le realtà mondane e politiche. Ma un simile patrimonio – che si dipana ormai da oltre un secolo, attraverso i documenti e l’opera di Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e ora di Papa Ratzinger – non è scaturito dal nulla, bensì dal confronto coi bisogni del mondo e coi grandi movimenti culturali dell’era moderna, di cui la Chiesa ha costantemente esercitato un vaglio, nello spirito dell’esortazione paolina: «Esaminate ogni cosa, e trattenete ciò che è buono» (1Ts- 5,21). Perché, quindi, stupirsi se due autorevoli personaggi – pur così diversi – della Chiesa, del clero e della cultura cattolica quali il cardinale Martini e il fondatore dell’opera San Raffaele, si spendano nel dialogo col mondo, magari affrontando tematiche ecclesiali 'sensibili' quali il celibato dei preti, i sacramenti ai divorziati, la natura della gerarchia? Il loro, ne siamo certi, è stato un tributo d’amore alla «barca di Pietro», per la quale nulla di ciò che è veramente umano è estraneo. Che siano queste le loro intenzioni, lo ha detto a chiare lettere lo stesso porporato, presentando il volume all’Università San Raffaele di Milano: «... Agli autori di questo libro stanno a cuore la glorificazione di Nostro Signore Gesù Cristo, Verbo incarnato; la vitalità e la vivacità della Chiesa, teneramente amata come una madre che merita tutto il nostro amore e tutto il nostro rispetto, e li merita insieme a quelle istituzioni, tra cui il romano pontefice e la comunione dei vescovi, pensate e volute da Gesù»... Entrambi intendiamo dare la nostra vita per una Chiesa più pura, più santa, più evangelica... Per questo è necessario uno spazio ampio di dialogo che permetta l’espressione franca di ciò che possa rendere questa Chiesa, più umile, forte, bella, attraente per coloro che vogliono seguire il Signore».