Opinioni

Schiavitù contemporanee: le risposte di giustizia non date. Ma fino a quando?

Fulvio Scaglione giovedì 5 luglio 2012
Difficile chiamarle "moderne", perché quasi sempre si esprimono tutt’oggi in modi tipici di secoli ormai andati. E anche "nuove" non funziona, perché in certe par­ti del mondo sono tradizione ben radicata nei rapporti sociali e politici. Se definire un fenomeno ha senso, faremmo meglio a o­rientarci verso "schiavitù contemporanee", se non altro perché questo modo di dire ci sprona a ipotizzare soluzioni che siano al passo con la delicatezza del fenomeno (difficile persino da misurare: le stime van­no da 12 a 25 milioni di persone), ma an­che con gli strumenti che la nostra epoca ci offre. È naturale che la sensibilità diffusa si orien­ti soprattutto verso due aspetti: la schiavitù dei bambini e quella su cui grava il sospet­to di una speculazione anche nostra. Non dobbiamo sentire alcuna colpa per questo riflesso naturale, anzi, per certi versi pos­siamo andarne orgogliosi. Giusto un anno fa l’Organizzazione internazionale del lavo­ro pubblicò un rapporto in cui, pur ricor­dando che ogni minuto c’è un bambino che, in qualche parte del mondo, si ferisce, si am­mala o subisce un trauma a causa del lavo­ro, emergeva anche una buona notizia: nel periodo 2004-2008 è stato finalmente ridotto il numero dei minori dai 5 ai 17 anni impie­gati in attività lavorative pericolose. Proprio nei giorni scorsi, inoltre, una grande multi­nazionale dell’industria alimentare ha de­ciso, prima nel settore, di monitorare il la­voro minorile nelle piantagioni africane di cacao, per stroncare ogni forma di abuso. Il che vuol dire che le battaglie contro le scar­pe o i palloni cuciti dai bambini, per citar­ne solo alcune di quelle che fecero epoca, non erano dettate solo dalla cattiva co­scienza (i palloni sono per noi, vergognia­moci) e, soprattutto, colpivano nel segno, andando a stimolare la responsabilità so­ciale delle grandi aziende coinvolte. È venuto il momento, però, di adottare strumenti più raffinati. Non tutte le schia­vitù odierne sono evidenti come quella di una bambino piegato in due a impastare mattoni. E non ha più molto senso conti­nuare a pensare: compro quei mattoni? No. Quindi… Il settimanale economico Business Week, l’anno scorso, svolse un’approfondita in­chiesta (sei mesi di lavoro in tre continen­ti) sull’industria del pesce, in particolare su quella della Thailandia, il secondo maggior fornitore degli Usa. Ne usciva questo qua­dro: migliaia di lavoratori-schiavi, arruola­ti in tutto il Sud-Est asiatico, erano impie­gati sui pescherecci che setacciavano le ac­que al largo della Nuova Zelanda. Il pesca­to era poi gestito da broker Usa che lo ri­vendevano all’ingrosso a società con cen­tinaia di ristoranti in ogni parte del mon­do. Anche in Europa. È solo un esempio tra i tanti, ma basta a con­fermare che anche quando discutiamo di schiavitù discutiamo di globalizzazione. Tut­to, prima o poi, riguarda tutti. Bisogna quin­di creare intorno al lavoro forzato dei mi­nori e degli adulti un 'cordone sanitario' di consapevolezza ben più ampio della dispo­nibilità ad agire di questo o quel Paese. È u­na sfida degna delle Nazioni Unite o, alme­no, del G20: promuovere ovunque il rispet­to dei diritti fondamentali a prescindere dal­la quantità e direzione dei rapporti com­merciali. Senza fare l’elenco dei "buoni" e dei "cattivi", senza intenti punitivi verso i Paesi in cui lo sfruttamento esasperato del lavoro è anche un modo perverso per aggi­rare la miseria generalizzata. Ma applican­do un accorto sistema di incentivi econo­mici (per l’applicazione di più corretti con­tratti di lavoro) e controlli che potrebbero nell’immediato dare ulteriore impulso alle attività delle aziende locali e all’occupa­zione, e in prospettiva aiutare lo sviluppo delle nazioni rimandando al loro posto, e cioè sui banchi di scuola, milioni di bam­bini e ragazzi. Potrà, questo nostro mondo sviluppato ma in crisi, trovare per una missione come que­sta i quattrini che tanto facilmente trova per rinnovare gli arsenali? Saprà, se non altro, ca­pire quanto un investimento di quel gene­re gli potrebbe convenire? E fino a quando noi, cittadini di questo mondo, eviteremo le risposte giuste?