Opinioni

Il prefetto, don Patriciello, il bene. Terra dei fuochi, macché scuse lo Stato faccia ciò che è giusto

Marco Tarquinio domenica 21 ottobre 2012
Si dice che da un male può anche venire un bene. Dal gran male dei roghi tossici nella 'terra dei fuochi' in vent’anni sono venuti solo altri mali. Terribili, pagati da tutti, anche da chi ha avvelenato la propria terra e la propria gente pensandosi invulnerabile o semplicemente, cinica­mente, più furbo di tutti («inquiniamo le falde? E vabbuò, tanto noi ci beviamo l’acqua minerale...», dice uno dei ge­stori degli "inceneritori della camorra" in un indimenti­cabile dialogo agli atti delle inchieste). Dal male minore, im­prevedibile e incomprensibile di una solenne e formalisti­ca sfuriata del prefetto di Napoli contro il parroco - e no­stro collaboratore - don Maurizio Patriciello "reo" di aver definito solo "signora" il prefetto di Caserta verrà forse un piccolo bene se un altro po’ di giornali apriranno gli occhi sulla «lenta strage» (come l’ha definita in una lettera una nostra lettrice) che continua nella fascia di territorio tra Napoli e Caserta dove la malavita organizzata brucia in­cessantemente rifiuti tossici provenienti da tutta Italia e anche dall’estero. Questo giornale ne ha fatto una campagna informativa martellante nel corso dell’estate, sostenendo la rinnovata voglia di reagire di tanta gente semplice e dando ampio rilievo alla mobilitazione solidale promossa dalle Chiese lo­cali e da associazioni e comitati senza paura e senza secondi fini propagandistici. Proprio oggi, poi, va in pagina la quar­ta e (per ora) ultima puntata della sconcertante e, per cer­ti aspetti, sconvolgente inchiesta che abbiamo sviluppato sui 'traffici tossici' che stanno alla base dello scandalo dei 'roghi tossici' e di altre nefandezze. Speriamo davvero, allora, che da questo piccolo male ven­ga un bene vero sul fronte del grande male, che venga una svolta di attenzione e di contrasto senza tregua agli avve­lenatori della 'terra dei fuochi'. Se invece venissero solo po­lemiche, manfrine e 'ammuine', saremmo al trionfo del­l’ipocrisia. Dopo il trionfo del formalismo celebrato da un alto funzionario dello Stato che ha sbagliato clamorosa­mente bersaglio, avremmo una piccola tempesta di paro­le senza seguito, che non aiuterebbe a spazzare via l’incu­bo che grava sulla vita di famiglie e comunità che lo Stato non ha saputo sinora difendere da prepotenti che assassi­nano un popolo e una terra. Non ci sono scuse da chiedere o da accampare, ma gesti da fare. Gesti di legalità, gesti di solidarietà, gesti di ordine pubblico, gesti di pulizia, gesti che diventino una felice nor­malità in un pezzo d’Italia abbandonato dalla legge, ma non da Dio. Don Maurizio questo chiede ora e questo chie­deva ieri. Lo chiede con la sua gente, sostenuto dal suo ve­scovo e dagli altri vescovi di questa sua bella e martoriata terra. Ma la risposta tarda terribilmente ad arrivare. E per questo, tutti l’abbiano chiaro, non ci sono scuse possibili.​