Opinioni

Il sentiero stretto oltre la tragedia. Ma qualcosa è cambiato

Giorgio Ferrari mercoledì 18 maggio 2022

Qualcosa è cambiato. E non soltanto per quella tardiva conversione umanitaria grazie alla quale da due giorni è in corso uno scambio di prigionieri russi con un gruppo di militari ucraini feriti nell’acciaieria Azovstal a Mariupol. Un gesto certamente carico di simboli, che riconferma la cittadina sul Mare di Azov come una Srebrenica che mai più potremo dimenticare e al tempo stesso uno snodo strategico di fronte al quale la macchina bellica russa si è grippata in uno sterile quanto crudele assedio.

Che cosa, dunque, è cambiato a oltre ottanta giorni dall’inizio di un conflitto che promette di essere ancora lontano dalla sua fine? Mariupol è un segno, una pietra d’inciampo che costringe a meditare sulla necessità di un cessate il fuoco e di una trattativa che conduca a una pace condivisa. Ma al tempo stesso è un crudo fermo-immagine su come sia rapidamente mutata la mappa geopolitica di una vasta porzione d’Europa che fino a tre mesi fa sembrava pura distopia. Il Blitzkrieg russo è rapidamente tramontato, le perdite di uomini e mezzi ingenti, le conquiste territoriali – fallite la presa di Kiev e di Odessa – modeste rispetto alle aspettative, l’«operazione speciale» trasformata in un conflitto vecchio stile, combattuto con strategie del secolo scorso e una rovinosa assenza di intelligenza (e di intelligence):

Per non dire del risvolto economico, che ha fatto precipitare di 12 punti il Pil russo e salire l’inflazione oltre il 20%. Vista dal Cremlino, l’ex Cortina di Ferro si è allungata di oltre milletrecento chilometri con la richiesta finlandese di aggregarsi all’Alleanza Atlantica accompagnata dalla forza militare, economica e strategica della Svezia. Con il risultato di aver trasformato il Mar Baltico in un lago della Nato e l’enclave russa di Kaliningrad in un vaso di coccio. Un disastro geopolitico e uno smacco sovrano per il Cremlino, a riprova del quale la nonchalance con cui Vladimir Putin ha accolto la notizia («La Russia non ha nessun problema con la Svezia e la Finlandia»).

Neppure l’Occidente peraltro ha fondati motivi per festeggiare: dall’arsenale semantico della diplomazia sparisce per obsolescenza – rimarrà fra i cimeli di un’epoca superata – il termine finlandizzazione, a indicare l’obbligata condizione di neutralità di un Paese per mantenere la propria indipendenza a causa del confronto con un grande Paese vicino. Sarebbe stata questa – come sottolineava con lungimiranza Henry Kissinger quattordici anni fa, non ieri o l’altro ieri – la soluzione per un’Ucraina troppo attratta dall’Europa e troppo lontana dalla Russia.

Ecco perché la militarizzazione di due nazioni storicamente votate alla neutralità non è di per sé una marcia trionfale, anzi è la conferma di un ritorno a un passato fatto di muri, di cortine, di popoli prigionieri della paura e bisognosi di garanzie armate. Ma qualcosa è cambiato anche fra gli alleati. Italia, Francia, Germania, Spagna si battono perché il sostegno all’Ucraina sia l’anticamera di un compromesso e di una trattativa di pace. Solo a quello debbono servire le armi, non ad altro.

E torniamo dunque a Mariupol, ai feriti di Azovstal, allo scambio di prigionieri. Una goccia di umanità in un mare di sangue e di dolore. Inutile idealizzarne oltre misura la portata. Tra quel corridoio umanitario e la pace che verrà ci saranno altre bombe a grappolo, altre fosse comuni, altre atrocità da entrambe le parti. Un sentiero stretto, percorrendo il quale occorrerà prudenza e fermezza per non smarrirsi. In fondo a quel sentiero c’è la pace.

Una pace che va studiata e predisposta prima che comincino le trattative. Per non ripetere gli errori di Versailles del 1919 e quelli molto più recenti che avevano declassato (la responsabilità va ascritta a Barack Obama) la Russia a potenza regionale. Ci vorrebbe insomma un’altra Helsinki, come nel 1975. Ma purtroppo la capitale finlandese ha appena perduto i requisiti per ospitare una conferenza di pace. Urge trovare una sede dove far tacere i cannoni e attendere con fiducia. Ogni guerra si conclude con una pace.