Opinioni

Migrazioni. Ma nessuna emergenza copre la disumanità

Maurizio Ambrosini venerdì 31 luglio 2020

Aumentano un po’ gli arrivi di persone in fuga dalle coste nordafricane, e subito in Italia si riparla di «emergenza sbarchi», in un circuito politico-mediatico che rilancia e rafforza la percezione di una grave minaccia incombente. La pandemia non ancora sconfitta offre un supplemento di risorse emotive che concorre alla costruzione di uno scenario ansiogeno che alimenta la richiesta di provvedimenti draconiani. Una volta definita la situazione in termini di assoluta emergenza, il governo sta rispondendo con misure ad alto impatto comunicativo, volte anzitutto a rassicurare la popolazione: ecco allora niente meno che l’invio dell’Esercito per presidiare i centri di accoglienza e l’allestimento di costose navi-quarantena per trattenere i migranti in mare, come se il solo contatto dei loro piedi con il suolo patrio avesse effetti contaminanti. Nel frattempo, lo smantellamento di gran parte degli hotspot e delle strutture di accoglienza ha di molto indebolito la capacità di rispondere agli arrivi in modo dignitoso: per le persone da soccorrere e per il livello di civiltà di un Paese avanzato. Anche da qui nasce la percezione di un’emergenza: non c’è come rinunciare a prepararsi a fenomeni prevedibili per trasformarli in eventi drammatici, appunto in emergenze. Di fatto, dopo la drastica riduzione degli arrivi determinata dagli accordi con la Libia del 2017, è avvenuta ora soltanto una modesta ripresa: 12.500 arrivi dall’inizio dell’anno, quasi 5.600 nel mese di luglio. Ben lontani comunque dai quasi 200.000 del 2016.

Qualche caso di positività, qualche fuga da centri sovraffollati e inospitali, qualche reazione impaurita da parte di alcuni residenti, non bastano a giustificare la torsione securitaria dei dispositivi di accoglienza. Come ha notato il direttore di questo giornale, niente di tutto questo viene riservato ai turisti stranieri, statunitensi compresi, che vorremmo invece accogliere a braccia aperte. Come se il Covid-19 fosse contagioso soltanto arrivando da Paesi poveri. Quanto alle soluzioni più strutturali, per così dire, alla presunta emergenza, il governo appare prigioniero di una coazione a ripetere. Ha appena rinnovato gli accordi con il governo libico, rifinanziando la cosiddetta Guardia costiera che non si fa scrupolo di sparare ai migranti, e ora tenta di ripetere lo schema con il governo tunisino. Non cessa l’intralcio delle attività umanitarie delle Ong, impegnate nei soccorsi in mare. Langue la revisione dei decreti sicurezza: ora si parla di un rinvio a settembre, l’ennesimo, per una svolta che doveva essere caratterizzante per la nuova coalizione di governo.

L’emergenza non solo copre e giustifica il sostegno a trattamenti disumani, fino al ricorso alla forza letale, ma inibisce anche il perseguimento di un salto di qualità nelle politiche dell’asilo e dell’immigrazione. Quando non cala un imbarazzato silenzio, non si vede neppure uno sforzo convinto in direzione di una gestione internazionale dell’accoglienza in Libia, del rilancio di corridoi umanitari dai Paesi di transito, di una programmazione di quote d’ingresso per lavoro, soprattutto stagionale, da Paesi vicini come la Tunisia. Ripartono invece i lamenti verso l’Europa, che ha le sue colpe, ma non disapplica gli accordi di Malta: se si vanno a rileggere, si scoprirà che riguardavano soltanto le persone tratte in salvo dalle navi delle Ong, non gli arrivi spontanei. Nel frattempo va sempre ricordato che nel mondo circolano quasi 80 milioni di profughi, tra cui circa 34 milioni di rifugiati internazionali. Gran parte di questi sono accolti nei Paesi confinanti, ma il fatto che qualche migliaio ogni anno arrivi fino alle nostre coste non dovrebbe apparire sensazionale. Ciò che dovrebbe impressionarci è l’abisso in cui ci sta trascinando il declino dei grandi valori e dei princìpi umanitari.