Opinioni

Dentro la risurrezione un’antropologia che trasforma la storia. L’uomo potrà cadere nella palude Ma è nato per un destino grande

Carlo Cardia domenica 4 aprile 2010
Nella storia e nella vita quotidiana si sperimentano di continuo forme di cambiamento e di risurrezione. Si può risorgere dall’abisso del male in cui l’uomo cade, secondo la descrizione manzoniana della vicenda dell’Innominato. Chi ha condotto una vita malvagia può provare il massimo della disperazione, al punto di non credere nella misericordia divina che perdona anche il male più grande, eppure il solo abbandonarsi a Dio compie il miracolo di una rigenerazione che ci stupisce sempre. Si può risorgere dai mali collettivi, come tante volte è avvenuto nella storia di Stati e nazioni che si sono ricostruiti dopo orribili guerre e stragi che violavano la legge eterna di Dio, ad esempio nell’Europa del XX secolo che ha dovuto liberarsi da totalitarismo, razzismo, antisemitismo, i peggiori frutti di una ragione che voleva togliere Dio dalla terra e dal cielo. La sofferenza di Gesù sul Golgota è capace di colmare in ogni tempo l’abisso del male, e la luce della risurrezione in questo giorno di Pasqua sta lì a garantire una nuova nascita, purché l’uomo lo desideri davvero, accetti l’offerta di Dio, cambi e si converta intimamente. Chi crede può dire «egli mi ha sottratto dalla morte, ha liberato i miei occhi dalle lacrime» (Sal, 116,8). Per chi sta cedendo alla disperazione sono decisive le parole di Gesù che chiede ai discepoli se vogliono abbandonare la speranza, e la risposta di Pietro con la quale il primo apostolo riconosce: «Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna».La prima di queste parole – la risurrezione – non è lontana dalla coscienza dell’uomo, né dagli eventi storici. Al contrario, fonda la nostra antropologia e si ripete di continuo come realtà verificabile. I martiri della fede già sentono in cuor loro la risurrezione come traguardo delle proprie sofferenze. Le vittime delle persecuzioni e delle violenze dovunque si trovino nel mondo credono nella risurrezione e lottano per una vita intessuta di giustizia che cancelli violenza e sfruttamento e onori la legge naturale anche su questa terra. Tutti i poveri che patiscono, e aspettano conforto materiale e spirituale per non perdere la speranza, hanno in Gesù risorto la testimonianza che la loro fede non sarà delusa. Nel discorso della Montagna infine la terra si unisce al cielo, quando Gesù parlando al presente e al futuro richiama giustizia e purezza di cuore, sofferenza e amore per il prossimo, sacrificio e amore verso Dio, come strumenti e gradini che ci rendono pienamente umani, ci conducono dove vivremo la pienezza dell’essere. L’anelito alla risurrezione è contenuto nel cuore dell’uomo, si realizza poco per volta ogni giorno, si compie pienamente nell’orizzonte del tempo infinito. Il cristianesimo stesso, e la Chiesa, vivono in questo periodo la loro passione per colpe gravi e dolorosissime di alcuni membri, ma anche per oltraggi e falsità che vengono diffusi senza pudore e rispetto per la verità, con l’intento di colpire chi è senza difesa perché dedito solo a diffondere la parola di Dio tra gli uomini. Questa passione richiede umiltà nel confessare le colpe e capacità di prevenirle, ma suggerisce coraggio e forza interiore nel difendere l’essenza cristiana e il patrimonio di spiritualità che da sempre irradia in tutto il mondo. Altre volte la risurrezione ci chiede di liberarci dall’ignavia, dalla banalità del male che ci circonda e si insinua dentro di noi quasi senza che ce ne accorgiamo. È quanto avviene da tempo qui e oggi in Europa e in Italia, dove siamo immersi in una palude che ci avvolge e ci umilia, perché è satura di sguardi opachi, di compiacenze e morbosità, intessuta di una concezione della vita che guarda in basso e non ha il coraggio di alzare gli occhi al cielo. Chi si piega in se stesso, coltiva le miserie dell’uomo e si perde in esse rischia di non sapersi più rialzare, rimane nella solitudine, in un orizzonte che non si congiunge più con il cielo. Sappiamo tutti che nella nostra epoca i cristiani sono perseguitati e dileggiati, ma i persecutori stravolgono la verità più semplice: perché la risurrezione di Gesù ha fatto ingresso nella storia non per svilire la natura umana ma per darle più slancio verso il bene, non per far trionfare i potenti ma annunciare giustizia e carità, non per limitare la ragione ma nobilitarla con la conoscenza e le meraviglie del creato. Credere nella risurrezione vuol dire concepire l’uomo come un essere che nasce per un destino grande, che può cadere, fallire, peccare, ma avrà sempre davanti a sé chi lo risolleva, lo fa nascere di nuovo, soprattutto gli chiede di non cedere alla sfiducia, di non smettere mai di guardare in alto perché Dio è vicino a noi ed «eterna è la sua misericordia» (Sal, 118, 2).