Opinioni

Il segno e la carne /15. Incompiutezza, ultimo dono

Luigino Bruni sabato 12 marzo 2022

«Non sta a te il compiere l’opera, ma non sei libero di sottrartene» (Rabbi Tarfon). La parte incompiuta della mia opera è in realtà l’eredità e il dono che io faccio a quelli che vengono dopo di me.
Paolo de Benedetti, E il loro grido salì a Dio, Commento all’Esodo

I profeti sono i grandi smascheratori delle nostre illusioni. È il loro primo lavoro, che dura per tutta la loro vita, perché sanno che noi siamo costruttori instancabili di illusioni. E quindi continuano, tenaci, l’opera di demolizione. Anche la loro lotta agli idoli è lotta alle illusioni, e mentre ci narrano le parole di Dio gridano con la stessa forza che tutte le altre cose alle quali noi diamo lo status di dio – persone, ideologie, sovrani, comunità, religione, vocazione... – sono solo vanitas e inganno. Tra le grandi illusioni che i profeti biblici combattono c’è quella associata alla monarchia e al potere politico, all’idea vana che i re abbiano come obiettivo la ricerca del bene comune, il buon governo e magari la pubblica felicità. C’è un’anima della Bibbia, anima profonda, che è molto dura con la monarchia, perché niente e nessuno più di un re ha la tendenza a trasformarsi in idolo. Più il potere è assoluto, più assoluta diventa la sua idolatria. Nella storia di Israele il popolo volle un re (Saul) e lo ottenne, ma la Bibbia è arrivata fino a noi perché insieme ai re, quasi tutti corrotti, il popolo ha avuto anche il dono dei profeti che hanno limitato e corretto il potere monarchico (1 Sam 8,9). Quando invece i re zittiscono e uccidono i profeti, o li mettono a libro paga, il potere diventa un idolo feroce che divora tutto e tutti: «Saranno sfracellati i bambini, le donne incinte sventrate» (Osea 14,1). Non servono commenti, ora, mentre si consuma la tragedia della guerra aperta in Ucraina.

Osea si pone dunque sulla scia del profeta Samuele (1 Sam 8,10-18) e radicalizza la critica alla monarchia: «Dov’è ora il tuo re, che ti possa salvare? Dove sono i capi in tutte le tue città e i governanti di cui dicevi: "Dammi un re e dei capi"?» (Osea 13,10). Per Osea la distruzione del Regno del Nord (Israele o Èfraim, con capitale Samaria) per mano della superpotenza assira, è conseguenza diretta di un popolo illuso che si è fidato dei suoi re, e di re illusi che hanno confidato nell’aiuto dell’altra superpotenza (Egitto). Per questo scrive: «Perciò saranno come nube del mattino, come rugiada che all’alba svanisce, come pula lanciata lontano dall’aia, come fumo che esce dal comignolo» (13,3). A partire dal 724 a.C. il Regno del Nord fu quasi interamente occupato dagli assiri. L’ultimo suo re, Osea, omonimo e contemporaneo del profeta, fu imprigionato, Samaria cadde. Una parte importante della popolazione fu deportata, molte tribù di Israele non tornarono più e furono assorbite dagli assiri – è questa l’origine della tradizione, tra storia e mito, delle dieci tribù di Israele smarrite. Un’altra parte del popolo migrò a Sud nel regno di Giuda. Diversamente dal secondo esilio degli ebrei in Babilonia che avverrà un secolo e mezzo dopo (587), dal quale un "resto" tornò in patria, ricostruì il tempio di Gerusalemme e continuò la storia della promessa, da quel primo esilio assiro non si fece ritorno: «Quando Èfraim parlava, incuteva terrore, era un principe in Israele. Ma si è reso colpevole con Baal e morì» (13,1). Da principe ereditario a idolatra, dalla vita alla morte.

Ci sono esili dai quali non torna alcun resto. Ci si perde, e basta. Il principe muore, e non risorge. Quando iniziamo un esilio non sappiamo se sarà l’esilio in Babilonia o quello in Assiria, se un resto tornerà o se non torneremo a casa. La Bibbia ci dice che entrambi gli esiti sono possibili, e la vita ce lo certifica ogni giorno. È questa possibilità del non-ritorno che rende stupenda la strada di casa, sono i molti smarrimenti dei figli che rendono straordinario il ritorno del figliol prodigo. Perché la vita non è una fiction, perché la Bibbia non ci illude, perché Dio non gioca con noi e rispetta anche la libertà dei figli che non si "alzano" e restano nei porcili, perché se non lo facesse nessun ritorno sorprenderebbe gli angeli, non commuoverebbe Dio.

Osea è testimone della prima distruzione assira e del primo esilio. Diversamente da Geremia ed Ezechiele, che sono i profeti del secondo esilio in Babilonia e della teologia del "resto", Osea è il profeta del primo esilio senza ritorno. Non ha una teologia del resto perché dal suo esilio non tornò alcun resto. La Bibbia conosce e accoglie entrambe queste profezie, quelle che annunciano un ritorno dopo la fine e quelle che annunciano una fine senza ritorno. Noi che leggiamo oggi la Bibbia e la usiamo come mappa per vivere dentro i nostri esili, non dobbiamo commettere l’errore fatale di sbagliare profeta. Usare le profezie del resto per illuderci nelle nostre deportazioni senza resto, dove la salvezza c’è ma va colta su un altro piano. Ma altrettanto grave è l’errore di chi in un esilio che può generare un ritorno usa i profeti del non-ritorno per fondare spiritualmente una notte infinita che potrebbe invece fiorire un mattino.

Siamo al capitolo tredici di Osea, il penultimo del libro, che contiene anche nuovi insegnamenti sull’idolatria e un messaggio sulla natura della terra promessa. Innanzitutto, ci svela uno dei molti volti di Baal, il dio cananeo della fertilità, che in molti libri è icona massima dell’idolo. I baal nelle popolazioni semite sono molti (baalim), un nome legato ai luoghi, alle città, persino alle case. Qui Osea ci dice qualcosa di importante, dando voce all’Io di YHWH, prerogativa dei profeti: «Eri nel deserto e io ti facevo pascolare, in una terra arida e bruciata. Più pascolavano, più diventavano satolli, e diventati sazi il loro cuore si insuperbì, e mi dimenticarono» (13,5-6). Un messaggio di grande sapienza antropologica. Baal è immagine del benessere e dell’opulenza donati dalla terra promessa. Non è la statua taurina che gli uomini e le donne baciavano – «Dicono: "Offrite loro sacrifici" e mandano baci ai vitelli»: (13,2) –, i profeti sanno che i baci mandati alle statue presenti in (quasi) tutti i culti religiosi e laici non sono i peccati dei popoli. Il peccato vero è un altro: credere di essere salvati non da Dio ma dal benessere, dalla ricchezza, dalla sicurezza data dai beni. Questo baal è quello che fa più paura ai profeti, perché è intrecciato con i doni buoni di Dio, e non essendoci la statua di questo idolo la gente lo adora, gli immola la vita, senza chiamarlo baal. I profeti allora danno nome ai nostri idoli, e ci chiamano a scegliere la parte dove stare.

Forse ancora più interessante è l’operazione teologica e antropologica che Osea compie in questi versi. Ribalta il rapporto tra deserto e terra promessa: la terra promessa è dove inizia il tradimento finale del popolo nei confronti di Dio. Finché erano nel deserto, nomadi e poveri, il popolo si trovava in una condizione di vulnerabilità e quindi di dipendenza. Certo non mancavano le infedeltà, ma più forte era l’esperienza della provvidenza e quindi era evidente che la loro speranza era solo nel loro Signore che li aveva liberati e continuava a salvarli ogni giorno. La salvezza non era esperienza astratta o solo religiosa: era manna, acqua, quaglie. Fu la fine della condizione di dipendenza, povertà e vulnerabilità a far spegnere la promessa. Il raggiungimento della terra di Canaan, invece di diventare l’avveramento della promessa fatta ad Abramo, ai patriarchi e a Mosè, divenne l’inizio della fine. Quell’abbondanza e fertilità della terra, quel "latte e miele" divennero i beni con cui confezionare i sacrifici al baal della fertilità e dell’abbondanza. La terra promessa allora era camminare liberi e poveri dietro una voce, era viva finché la vedevano davanti a loro, finché alimentava i desideri più grandi. L’arrivo nella terra promessa spense la vita della promessa.

Tante comunità carismatiche iniziano il loro declino non appena termina il deserto e oltrepassano il Giordano. Vivono per decenni sotto una dittatura, in mezzo a mille povertà, in autentici esodi e deserti. Manca tutto senza che manchi nulla, perché quella voce nomade riempie e colma ogni vuoto. Finisce la dittatura, qualche volta anche grazie al lavoro e alla fede di quelle piccole comunità profetiche, e il giorno della libertà diventa il primo giorno del declino e della crisi. L’arrivo nella tanto desiderata terra promessa, la fine della povertà, della provvisorietà e l’inizio della benedizione dell’abbondanza, creano le premesse del venir meno proprio di quell’esperienza di affidamento che aveva benedetto la nostra comunità. Qui si trova anche una delle principali ragioni del valore della povertà, tanto amata dai Vangeli e da Francesco: la povertà è quel deserto dove grazie alla vulnerabilità, alla dipendenza e alla fragilità si può fare davvero l’esperienza di essere figli, bambini evangelici, e così sentirsi amati da un amore più grande di tutte le terre fertili del mondo. La povertà bella del Vangelo non è solo quella scelta: è anche quella dei deserti dove non volevamo andare.

In questo paradosso del deserto c’è anche una bella metafora della vita. Quando una esistenza funziona e fiorisce, dobbiamo stare molto attenti ai traguardi, agli obiettivi raggiunti, al fiume Giordano. Se vogliamo evitare che le conquiste più belle diventino una collezione di delusioni e inizi di declini è necessario vivere i traguardi come tappe di un cammino infinito e incompiuto che si fermerà solo tra le ali dell’angelo della morte, e forse neanche lì. E poi, mentre si attraversano i deserti (la vita ne conosce molti), non pensare che le cose più belle arriveranno alla fine dell’attraversamento. No, è nel deserto dove vediamo gli angeli, i miracoli, i profeti, la manna; non perdiamoci questa meraviglia per correre troppo velocemente verso la terra promessa, perché la terra della promessa è quella sotto i nostri piedi, anche quando brucia ed è arida. La terra è quella della promessa perché non l’abbiamo ancora raggiunta e perché non la raggiungeremo mai.

È dentro questo deserto-promessa che si può comprendere il senso della misteriosa morte di Mosè, un profeta molto amato da Osea. La Bibbia ci dice che Mosè, il liberatore e la guida del popolo nell’esodo, muore senza raggiungere la terra promessa, da solo sul Monte Nebo (Dt 34,52). Vide da lontano la valle del Giordano, ma non vi entrò. Osea ci suggerisce che morire tra il deserto e il Giordano non fu maledizione né punizione, fu l’ultimo dono di Dio per Mosè. Allora l’incompiutezza che accompagna le nostre opere e l’opera della nostra vita non è fallimento né tradimento, è solo la cosa più umana e vera che ci possa capitare.

l.bruni@lumsa.it