Opinioni

L'esilio e la promessa /10. La tremenda bellezza dei patti

Luigino Bruni sabato 12 gennaio 2019

Se la donna non si fosse separata dall’uomo non sarebbe morta con l’uomo. La sua separazione segnò l’inizio della morte. Per questo è venuto il Cristo, per porre riparo alla separazione che vi era dal principio e per unirli nuovamente tutti e due, uomo e donna.
Il vangelo di Filippo, 78-79

Lamore umano è una realtà complessa. Nei rapporti più importanti, l’amore conosce dimensioni di incondizionalità, ha cioè la capacità di amare anche senza reciprocità. Una capacità essenziale per superare le crisi, per resistere nelle carestie di ritorni, per ricominciare davvero dopo i grandi tradimenti. Questa capacità, però, convive con il bisogno altrettanto radicale di mutualità e di comunione, di essere amati mentre si ama o dopo aver amato. Perché gli amori più importanti si svolgono all’interno di patti, che sono impegni collettivi e mutui. "Ama il prossimo tuo" fiorisce in "amatevi gli uni e gli altri", dove il comandamento all’io e al tu si allea con il comando al voi e al noi. E anche quando l’amore matura e raggiunge le note paradisiache dell’agape, non smette mai di essere anche eros e philia (amicizia), perché, fino alla fine, resta indigente dell’altro come l’eros e libero come la philia (l’agape può elevare soltanto "viscere" mosse e commosse da tutti gli amori umani). È in questa dinamica di libertà e di legame dove si incontrano le esperienze umane più sublimi e tremende. Ai patti affidiamo liberamente una parte di libertà, e una volta donata ne perdiamo la proprietà privata. Liberamente decidiamo di esporci alla libertà dell’altro, di diventare vulnerabili ai suoi cambiamenti del cuore, di legare la nostra vita a una corda di cui controlliamo soltanto un capo, e non quello più robusto.
La Bibbia, in alcune delle sue pagine più alte, ha preso le parole dell’amore umano più grande e serio e le ha donate a Dio perché potesse parlarci del suo amore: ahavah, hesed, dodim e, infine, agape. Perché nell’amore sponsale il primo dono è la reciprocità di parole meravigliose.

All’inizio (nella Genesi) per esprimere l’Alleanza la Bibbia aveva fatto ricorso al contratto commerciale e politico. Poi, nell’anima, i profeti hanno intuito che quel primo linguaggio era troppo povero e hanno usato l’immagine del matrimonio. Ma per dare verità a questa metafora i profeti stessi hanno dovuto estendere l’analogia fino alla fine, e sono arrivati a toccare anche l’esperienza del patto tradito con le sue parole tragiche. La durezza estrema delle parole sul tradimento del patto che i profeti ci hanno lasciato dice allora la verità estrema dei nostri patti e delle nostre promesse, che sono veri nelle loro parole più belle perché sono veri anche nelle loro parole disperate.
E così, grazie ai profeti, abbiamo capito che l’amore tra YHWH e noi è gratuito ma non disinteressato, è incondizionale nella sua scelta ma condizionato dalle nostre risposte e tradimenti, è liberissimo e geloso. Quando la Bibbia parla di patto dice che il suo Dio risente della nostra fedeltà e infedeltà, perché si è messo nella condizione di essere tradito – la possibilità di tradire Dio ha allargato l’ambito della libertà umana, e quindi ha esteso anche la nostra responsabilità. È questo il paradosso del tradimento: il valore di ogni fedeltà dipende dalla possibilità di poter essere infedele, perché nessuno si sentirebbe amato da qualcuno cui ha negato la libertà di poterlo tradire. E così noi abbiamo la capacità di far gioire Dio («rallegratevi cieli...») perché abbiamo anche la possibilità di farlo soffrire.
Ezechiele è, tra questi profeti estremi e temerari, quello che più ha utilizzato registri linguistici inediti e arditisissimi: «Così dice il Signore Dio a Gerusalemme: "Tu sei, per origine e nascita, del paese dei Cananei; tuo padre era un Amorreo e tua madre un’Ittita. Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato il cordone ombelicale e non fosti lavata con l’acqua per purificarti... Fosti gettata via in piena campagna... Crescesti, ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza. Il tuo seno divenne fiorente e arrivasti alla pubertà, ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi. Ecco: la tua età era l’età dell’amore. Io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità. Ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te e divenisti mia"» (Ezechiele 16,3-8).
Gerusalemme, dalle origine pagane e umili, viene "vista" da YHWH, salvata, scelta e fatta sua sposa («strinsi alleanza con te»). Ma dopo la stagione del primo amore, dopo averla trasformata da abbandonata a principessa («Divenisti sempre più bella e giungesti fino a essere regina»: 16,13), la sposa iniziò a pervertirsi, a prostituirsi con uomini forestieri (l’egiziano, l’assiro, il caldeo), offrendosi a chiunque passasse per i suoi giacigli nei crocicchi delle strade (16, 20-32). E come se non bastasse quella sposa ha stravolto anche la stessa natura della prostituzione: «A ogni prostituta si dà un compenso, ma tu hai pagato tutti i tuoi amanti e hai distribuito loro doni perché da ogni parte venissero a te, per le tue prostituzioni» (16,33). Gerusalemme non aveva nessuna ragione economica né sociale per prostituirsi (ieri e oggi molte persone che finiscono lungo le strade sono vittime che né scelgono né vogliono quella vita). La sua era dunque una scelta intenzionale, dettata solo dal vizio e dalla ricerca del piacere, e quindi colpevole.

Ezechiele (e prima di lui Osea e Geremia) è stato trasformato da YHWH in messaggio incarnato. Ma, diversamente da Osea, Ezechiele non racconta una vicenda autobiografica. Lui non ha sposato una donna infedele, parla di sua moglie come «luce dei miei occhi». Ma mentre dice quelle parole di condanna per il suo popolo prostituito sente lo stesso dolore che sentirebbe se a tradirlo fosse sua moglie. Così possiamo spiegare, o almeno intuire, la durezza anche lessicale delle parole di Ezechiele (che, nel linguaggio originale e non emendato delle traduzioni, confinano e intersecano il linguaggio sessuale volgare). È il temperamento di Ezechiele, certo, ma è soprattutto il canto di dolore di un vero sposo tradito spudoratamente. La Bibbia è grande, a tratti immensa, anche e forse soprattutto per la sua capacità di farci incontrare con uomini e donne intere, così interi che riescono a farci toccare anche il lembo del mantello di Dio, e sentire che si accorge del nostro tocco. Al di sotto di questa umanità integrale – che sarà poi quella del Battista, di Paolo, di Gesù – ci incontriamo soltanto con ideologie e idoli della religione, che non ci toccano perché sono fumo e vanitas.
Ma c’è di più. Forse queste parole YHWH gliele avrà sussurrate mentre stava camminando nelle strade di Babilonia popolate di prostitute. Nel guardare i loro commerci, quella parola gli fece provare il dolore in quanto membro e pastore di quel popolo prostituito agli idoli (nessun profeta vero perde la solidarietà con il popolo che deve ammonire e condannare, e quindi mentre condanna il popolo ammonisce e condanna anche se stesso); ma quell’oracolo di YHWH gli fece sentire anche il dolore di Dio per il popolo che lo tradiva. Questo è il destino dei profeti onesti. Vivono più vite, vivono e soffrono più dolori: i loro personali, quelli del loro popolo, e quelli di Dio. Se la voce di Dio che parla ai profeti è vera, allora anche il dolore di Dio deve essere vero, e sulla terra lo possiamo conoscere nella sofferenza dei suoi profeti, che ci insegnano le gioie e i dolori degli uomini insieme alle gioie e ai dolori di Dio. Quando Ezechiele camminava per Babilonia in quelle prostitute vedeva veramente Gerusalemme, la città di Davide, la città santa con il tempio santo. Nei gesti sbagliati di quelle donne vedeva gli stessi gesti perversi del suo popolo. Non li immagina, li vede, e da queste "visioni" nasce la forza del suo grido e del suo lessico. Questa vista è il senso fondamentale dei profeti. Vedono cose diverse, odono cose diverse, e solo dopo dicono parole diverse.

Ezechiele aveva iniziato il suo discorso metaforico sul tradimento di Israele nel capitolo XV, dove aveva usato l’immagine della vigna, altra metafora biblica e profetica molto comune per rappresentare Israele. Aveva cantato una vigna coltivata a vangata che però a un certo punto si era guastata, divenendo totalmente inutile: «Figlio dell’uomo, che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto?... Ecco, lo si getta nel fuoco a bruciare» (15,2-4). Un processo degenerativo che poi prosegue e si esalta nei capitoli successivi.
Un centro narrativo e teologico di questi discorsi sulla depravazione di Gerusalemme è allora il rapporto complesso e rischioso tra elezione e meriti. Il legno della vite non ha, in sé, pregi particolari; non è migliore della quercia e del faggio, né per fabbricare utensili né come legna da ardere. È la cura del vignaiolo a farla diventare la pianta regina dei campi. Il vino buono, quando c’è, non è merito della vite, ma dono, gratuità, grazia, charis, agape. Quando la vite e la fanciulla-sposa iniziano invece a considerare la loro elezione una faccenda di meriti e non di dono, lì comincia a insinuarsi il germe della perversione. Per la vite e per la vita. La Bibbia e i profeti ci dicono, con tutta la forza di cui sono capaci (ed è davvero notevole), che l’elezione, l’essere scelti tra molti, è dono – ahavah: agape.
In molte cose umane i meriti determinano e generano l’elezione, ma non sono quelle davvero decisive. Non abbiamo meritato di nascere in una famiglia che ci ha accolti, amati, rispettati, fatti studiare e accompagnati, e non abbiamo demeritato di nascere in un Paese in guerra e senza libertà. Non abbiamo meritato di fare quei pochi incontri decisivi dai quali è dipeso il nostro profilo umano e professionale, non abbiamo meritato di essere "visti" e chiamati per nome. È questa radicale gratuità della vita che la Bibbia e i profeti hanno difeso e difendono fino alla fine. Perché noi potessimo sentirci più amati di quanto meritiamo e demeritiamo.

l.bruni@lumsa.it