Opinioni

L'occasione dell'Europa. Cercasi leader per il mondo al voto

Andrea Lavazza venerdì 29 dicembre 2023

Il 2024 che si va ad aprire sarà segnato da elezioni decisive nel delineare i prossimi scenari bellici, politici e forse anche sociali e culturali. Una congiunzione di scadenze in Paesi densamente abitati (dall’India alla Ue, da Pakistan e Indonesia agli Usa) porterà alle urne una quota considerevole della popolazione mondiale. Ma sono due gli appuntamenti che, com’è noto, più da vicino ci riguardano e meritano attenzione, connessi come sono sulla rotta atlantica. In giugno, si elegge l’Europarlamento e a catena si rinnova la Commissione. In novembre, l’America sceglierà il suo presidente. In un contesto nel quale gli umori cambiano tanto rapidamente quanto “like” e “follower” sui social media, è troppo presto per fare previsioni. Eppure, è responsabilità di tutti guardare a questi appuntamenti con il giusto anticipo. Sul finire dell’anno sono scomparse nelle stesse ore due grandi figure, seppure assai diverse, della storia politica europea: Jacques Delors e Wolfgang Schäuble. Il primo è stato il promotore di importanti svolte nel cammino di integrazione comunitaria, ispirato dal cattolicesimo sociale e dal socialismo riformista. Il secondo ha contribuito al complicato processo della riunificazione tedesca e rappresentato il controverso custode del rigore finanziario nello spirito dell’austerità, anche esistenziale, luterana. Richiamarsi a esempi luminosi può giovare, ma spesso il rimpianto per le “età dell’oro” e leader irripetibili non contribuisce a costruire il presente.

Diceva Delors: non sono ottimista o pessimista, sono un attivista. Bisogna dunque fare, seppure non senza riflettere. Nella serie di voti dei prossimi 12 mesi, quello nei 27 Stati dell’Unione resta un unicum. L’Assemblea sovranazionale di Strasburgo è l’emblema di un esperimento democratico che ha dato vita a uno spazio di pace, libertà e diritti con pochi precedenti (o, probabilmente, nessuno). Dopo l’uscita della Gran Bretagna, anche il partito di Geert Wilders, recente vincitore in Olanda, ha evocato un distacco da Bruxelles. Molte altre formazioni vorrebbero un’Europa che limiti le sue competenze comuni e lasci ai Paesi membri ampi spazi di propria sovranità – di qui il di volta in volta acclamato o vituperato “sovranismo”.

Con una tragica guerra ai confini orientali, una pressione migratoria da Est e da Sud, la necessità di essere attori di una dimensione adeguata sui mercati e un’incognita a Ovest (come vedremo), verrebbe da dire che di Ue tutte le nazioni del Continente hanno grande bisogno. Si può certo orientare meglio il cammino, rendere le istituzioni più agili ed efficienti, salvaguardare alcune specificità dall’omologazione. Bisogna però essere “attivisti”: resistere o rallentare fa rinascere le contrapposizioni nazionali e non porta che vantaggi di corto respiro, come l’esempio del “ricatto” ungherese ai 26 partner sull’avvio delle trattative per l’adesione dell’Ucraina sta evidenziando in questi mesi. Eppure, la forte crescita ai seggi degli euroscettici è sempre dietro l’angolo, con le ovvie ripercussioni sull’efficacia delle risposte alle sfide incombenti.

La principale di esse, tra l’altro, potrebbe arrivare paradossalmente dal più tradizionale alleato, gli Stati Uniti fortemente tentati di riportare Donald Trump alla Casa Bianca. Il tycoon inquisito anche per l’assalto al Congresso del 2021 sta già diffondendo parti di un programma che si direbbe fatto per spaventare gli elettori e venire bocciato nelle urne – esercito nelle strade per sedare eventuali proteste, “vendetta” contro chi negli apparati statali l’aveva ostacolato nel primo mandato, attacchi ai giudici, inversione di tendenza sui diritti civili, isolazionismo con ammiccamenti alle autocrazie – e invece i sondaggi lo danno in vantaggio su Joe Biden. Le ragioni di una possibile vittoria di Trump stanno soprattutto nella spaccatura della società americana tra i gruppi urbani più istruiti (e privilegiati) e il Paese profondo (non più solo maschi bianchi ma anche minoranze immigrate) che hanno riferimenti e prospettive sociali e culturali sempre più divaricate.

Le conseguenze per l’Europa sarebbero destabilizzanti. L’ab-bandono americano della Nato sembra per ora lo scenario più remoto. Tuttavia, difficilmente vedremmo un convinto sostegno alla resistenza di Kiev, ritenuta un “problema della Ue”; in Medio Oriente le tensioni con l’Iran potrebbero aumentare; le rivalità commerciali e industriali con il Vecchio Continente si farebbero più accese, con conseguenze pesanti; il trascinamento populista innescherebbe turbolenze in ambito comunitario e in non poche nazioni. Di fronte a questa eventualità, l’Unione dovrebbe attrezzarsi per tempo, consapevole che i pericoli hanno anche un versante di opportunità. Dopo il 5 novembre - con Putin che in marzo avrà prolungato quasi a vita il suo posto al Cremlino grazie a un altro voto tutt’altro che trasparente – non si può escludere che l’Europa diventi il vero faro dell’Occidente, il nuovo polo di attrazione del mondo che rifugge chiusure e oppressioni e invece aspira ad apertura e progresso disponibili per tutti. Niente è già scritto. Ma potrebbe essere un 2024 di sorprese e cambiamenti.