Opinioni

L'incontro degli artisti con Napolitano. Lo spettacolo italiano in crisi riparta dalla qualità (che c'è)

Angela Calvini mercoledì 7 novembre 2012
Ha poco da festeggiare, il mondo dello spettacolo italiano. Teatri che chiudono, cinema che si svuotano, artisti che emigrano, maestranze senza lavoro: il sipario si alza su una delle stagioni più difficili dal dopoguerra. Eppure il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, agli artisti convenuti ieri al Quirinale per la Giornata dello spettacolo ha detto che in Italia cresce il desiderio di cultura. Una contraddizione? Solo apparente. Gli artisti lo sanno bene: se le famiglie italiane faticano a sbarcare il lunario, a pagare la bolletta e a mandare i figli a scuola, la prima cosa che tagliano è il "superfluo". E, purtroppo, nel nostro Paese la cultura troppo spesso è stata (ed è) considerata tale. Ma proprio in un periodo tanto difficile, cresce nella gente il desiderio di capire, di interpretare il presente. E il mondo dello spettacolo può farlo e risultare vincente. Certo, dati alla mano, lo scenario è piuttosto fosco. Tanto per fare qualche esempio, i teatri lirici costano complessivamente 400 milioni di euro l’anno (e il 70% se ne va in spese per il personale) e hanno tutti un forte indebitamento. L’intrattenimento più "leggero"? Non è più tempo di musical costosi, anche se è l’unico genere per cui tanti sono ancora disposti a spendere. Ma quando si vedono i biglietti di grosse produzioni come "Shrek" superscontati sul sito Groupon, viene da pensare. I dati Cinetel, poi, mostrano un calo di presenze nelle sale dall’inizio dell’anno dell’11,7% . I film italiani, non ne parliamo: dopo i lustrini delle passerelle dei festival, finiscono schiacciati dalle superproduzioni hollywoodiane che dominano nelle multisale. E così finisce che "Reality" di Garrone, premiato a Cannes, non raggiunga il milione e mezzo di euro di incassi, mentre le altre pellicole italiane raccolgono (magari dopo averle ideologicamente cercate o magari a torto) solo briciole. Addirittura un settore come quello dei concerti pop e rock ha segnato quest’estate, momento clou per i live, un meno 27% di incassi. Mentre i teatri storici chiudono, da quelli privati come lo Smeraldo di Milano a quelli pubblici come il Teatro Valle di Roma occupato da più di un anno. Alla crisi globale si aggiungono mali ormai strutturali. Da una parte il Fondo unico per lo spettacolo sempre più risicato, gestioni non propriamente cristalline, investimenti onerosi non ripagati (nella lirica i costi spesso sono superiori ai ricavi a causa delle poche repliche degli allestimenti), carenza di innovazione (certi stabili sono accusati di essere carrozzoni che propongono solo classici per sopravvivere con le recite per le scolaresche). In questo panorama, posti di lavoro che sfumano (solo negli enti lirici lavorano 5.600 persone), giovani musicisti e danzatori che emigrano all’estero, cartelloni che puntano su nomi commerciali per fare cassetta. Eppure una via d’uscita c’è, seppur impervia, ed è già stata imboccata da qualcuno. Lo ha capito il ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi che proprio davanti a Napolitano ha parlato di una «salutare reazione» in chi produce, crea e interpreta gli spettacoli. Il ministro ha promesso un sostegno importante al settore perché «il cinema e lo spettacolo sono recettori assai sensibili dello spirito del tempo; sono capaci di prefigurare o anticipare ciò che si prepara nel domani incombente e nel futuro a noi meno vicino».La reazione si chiama qualità. E arriva dal basso. Chi frequenta il teatro sa che gli spettacoli più interessanti spesso vengono proposti dalle decine di piccole compagnie sparse in tutta Italia. Spettacoli poco costosi e innovativi che raccontano il nostro passato e il nostro presente, vicini spesso a tematiche sociali e culturali. Ne è un esempio, fra gli altri, il festival «I teatri del sacro» promosso da Federgat e progetto Culturale Cei per valorizzare la produzione di una nuova drammaturgia legata allo spirito. Il successo popolare conferma l’interesse del pubblico. Come pure l’iniziativa del Mibac "Schermi di qualità", che promuove i film di livello, soprattutto italiani, nelle sue 792 sale: quest’anno sinora sono affluiti 11 milioni di spettatori con un +1,6% di incassi. Lo stesso vale per il circuito Microcinema, che trasmette nelle sale anche le grandi opere liriche in diretta. Senza parlare del grande cinema, come quello dei fratelli Taviani, che guarda al carcere per cercare nuovi spunti e trionfa a Berlino. Perché quando scarseggiano i soldi, bisogna ripartire dalle idee.