Opinioni

Le polemiche sulla trasmissione «The Mission». Lo «spettacolo» dei profughi in tv Una domanda oltre l’emotività

Gigio Rancilio giovedì 8 agosto 2013
Portare le telecamere in un campo profughi è una questione molto delicata. Da qualche giorno sembra diventata anche molto importante per via della trasmissione "The Mission"’che andrà in onda su Raiuno in autunno. Su internet girano petizioni per fermare il programma che, secondo i critici, «spettacolarizza il dramma umano», ma secondo Rai1, InterSos e Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) «è nato col compito di dare visibilità al lavoro dei volontari».Posizioni tutte legittime. Che hanno coinvolto nel dibattito anche alcuni onorevoli e persino l’attuale presidente della Camera, Laura Boldrini, fino a poco tempo fa portavoce dell’ufficio italiano dell’Acnur.Niente di così nuovo, per chi segue il mondo televisivo. Ogni volta che una rete Rai di primo piano tocca un argomento delicato, scattano le polemiche. Perché tutti pretendono dal servizio pubblico un rigore che su altre reti, se e quando viene meno, sembra invece "meno indispensabile".Quasi tutti paghiamo il canone Rai. E, dimenticandoci ogni volta che è una tassa di possesso sull’apparecchio televisivo e non un abbonamento a un servizio, esigiamo che Viale Mazzini rispetti più di altri le normali regole civili e di buon gusto. Bene, ma la questione da dibattere forse è ben più profonda del fatto se "The Mission" sia un reality o una sorta di racconto tv sul lavoro dei volontari nei campi profughi. In particolare tocca due punti nevralgici. Il primo riguarda il ruolo mediatico dei cosiddetti testimonial. Una figura nata nel mondo della pubblicità. «Il testimonial con il sorriso, la cordialità, la competenza dimostrata e le qualità morali di cui è implicitamente portatore serve a garantire personalmente in merito alla bontà del prodotto reclamizzato». Dagli spot televisivi la figura del testimonial ha da tempo invaso ogni campo della nostra esistenza. Non c’è ormai programma o evento che non cerchi un personaggio famoso per dare forza al proprio messaggio.Intendiamoci, i testimonial sono utilissimi. Ma la vicenda di "The Mission" sta dimostrando con forza che, prima di essere famosi, i personaggi coinvolti devono essere credibili. Tanto più quando in gioco ci sono temi come la sofferenza, l’emarginazione e la morte. Altrimenti il rischio è che tutto si fermi soltanto a una comunicazione superficiale, basata sulle emozioni e l’emotività; la stessa che da tempo viene usata anche nella gara per l’audience televisiva. E qui sta il secondo, sensibile, punto legato alla questione. Le Ong e le associazioni di volontariato, non è mistero, con la crisi hanno visto ridurre sensibilmente gli aiuti che ricevevano fino a qualche tempo fa. Dopo avere interpellato alcuni "guru" della comunicazione, certe associazioni straniere hanno deciso di approntare delle campagne pubblicitarie per la raccolta fondi basate soprattutto sull’emotività. Della serie: in pochi secondi tocchiamo i punti più sensibili del tuo cuore per spingerti a donare.Niente di scandaloso né di scorretto. Tanto più che la strategia sembra stia dando i suoi buoni frutti. Ma resta una domanda forte: se dopo esserci commossi vedendo un programma tv mirato e avere donato un euro (o mille euro) a una Ong o a un’associazione non fossimo in grado di esercitare la vera carità (quella che è fatta di condivisione, di gesti, di mani che si toccano e anche di pensieri giusti... insomma, d’amore) a cosa sono serviti i testimonial o certe immagini commoventi?