Opinioni

L’analisi. Se il mondo non vede lo schiavismo della Mauritania

di Federica Zoja martedì 23 ottobre 2018

Manifestazione contro la schiavitù a Nouakchott

Non si è ancora concluso, in Mauritania, il tortuoso processo elettorale – preceduto da una campagna intimidatoria feroce contro il dissenso – che ha caratterizzato un afoso mese di settembre e, fra ricorsi e annullamenti, segnerà anche l’ultimo fine settimana di ottobre. Ad oggi, il voto legislativo e regionale ha congelato le aspettative dell’unica opposizione allo strapotere del presidente Mohamed Ould Abdel Aziz, il partito islamista conservatore Tawassol: esso potrà contare solo sui 14 seggi guadagnati nel primo round elettorale, svoltosi il primo settembre. Un’inezia rispetto al bottino dell’Unione per la Repubblica (Upr, alla maggioranza), che globalmente godrà di 97 seggi su 157 all’interno dell’Assemblea nazionale (il Parlamento).

Sul consolidamento della Repubblica islamica semipresidenziale mauritana nelle mani dell’Upr – la Cenerentola dell’Africa Occidentale, secondo la vulgata destinata al grande pubblico – contano potenti alleati e investitori globali. Complici pure di una struttura sociale inscalfibile, ancorata a radicati quadri tribali. Emblematica nella sua drammaticità è la pratica della schiavitù. Seppure bandita dal 1981 e criminalizzata dal 2007, essa è ancora realtà, con importanti ricadute economiche per chi la sfrutta ed esistenziali per chi la subisce fin dal primo vagito, cioè circa un quinto della popolazione, secondo gli abolizionisti nazionali: essi calcolano che 600mila cittadini mauritani, sui 4 milioni complessivi, vivano in schiavitù. Si tratta dei discendenti delle genti africane autoctone, soggiogate da popolazioni arabo-berbere: pari al 20% della popolazione e al 40% circa degli Haratine, appunto l’etnia nera autoctona, gli schiavi mauritani non hanno alcun diritto. Appartengono a un padrone, che ne gestisce a piacere corpo e anima. Lavorano senza essere pagati, non hanno identità amministrativa, non possono lasciare il Paese. Sono loro, i sudan (i neri appunto, dall’arabo isuid, nero) a svolgere i lavori manuali, che continuano ad essere considerati degradanti nella società mauritana. Ad avvalersi di questa manodopera incapace di ribellarsi sono i bidhan, i bianchi, cioè i discendenti degli araboberberi: alcuni testi religiosi del rito musulmano sunnita malechita, quello prevalente in Mauritania, legittimano questo assetto, paventando la dannazione eterna per chi vi si oppone.

Più volte le organizzazioni internazionali hanno chiesto a Nouakchott di poter effettuare censimenti sul campo, ma sempre inutilmente. Amnesty e Global slavery index, in assenza di numeri verificati, si limitano a una stima di 43mila persone asservite. Per le autorità mauritane, invece, il fenomeno è scomparso. Chi dice il contrario è soggetto a intimidazioni e arresti. C’è da dire che l’élite politico-economica mauritana appartiene proprio al gruppo dominante arabo dei Sanhadja, cioè coloro che hanno strutturato il proprio stile di vita e la piramide sociale sulla schiavitù ereditaria. L’Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista (Ira Mauritania), la più attiva delle organizzazioni antischiavitù, non cessa di portare all’attenzione internazionale il fenomeno: «La Mauritania continua ad occupare un posto di primo piano fra le latitudini in cui la dignità dell’essere umano è considerata un valore impuro e un attentato all’identità culturale e religiosa, al contrario di schiavismo, inferiorità razziale e disuguaglianza fra i sessi», ha spiegato Biram Dah Abeid, presidente di Ira Mauritania, al pubblico della Conferenza sulla lotta allo schiavismo organizzata dalla Fondazione Reuters a Bruxelles, lo scorso mese di giugno. Nel suo lungo intervento, Abeid, discendente di Haratine schiavi, denunciava pratiche tanto collaudate quanto odiose, come la tratta di minori, ragazzi e ragazze, dalla Mauritania verso le ricche monarchie del Golfo, complici sedicenti 'agenzie di viaggi' autorizzate da enti governativi mauritani. Crimini emersi anche dai corposi rapporti delle Nazioni Unite sulle piaghe del continente nero. Pungente anche il suo affondo contro le ipocrisie europee, nello stigmatizzare «l’andare a braccetto di Bruxelles e Nouakchott».

Il numero uno dell’ong, apirante candidato al voto presidenziale del 2019, ha pagato a caro prezzo il suo ardire. Alle 5 di mattina del 7 agosto, è stato prelevato da agenti di polizia nella sua abitazione senza che gli fossero notificate le motivazioni. E così è stato fino al 13 di agosto, quando è ricomparso, dopo una detenzione preventiva in condizioni disumane, nel tribunale di Arafat, nella capitale. Minaccia, violenza fisica, cyber terrorismo sono i capi d’accusa formulati contro di lui. Il codice penale mauritano prevede fino a 3 anni e mezzo di prigione, prima che sia celebrato il processo. A inizio luglio, Ira Mauritania e altre associazioni per la difesa dei diritti umani avevano scritto una lettera sull’orrore della schiavitù al presidente francese Emmanuel Macron, atteso nel Paese africano per un intervento in occasione del vertice dell’Unione africana. Ma la missiva, così come le manifestazioni degli attivisti per la difesa dei diritti umani, non avevano modificato i piani dell’Eliseo (e neanche conquistato spazio sui principali organi di stampa internazionali): giunto nella capitale mauritana con una nutrita delegazione di uomini d’affari e alti funzionari, e un dossier di intese economico-commerciali da mettere a punto con la controparte mauritana per un valore di 40 milioni di euro, il président non ha fatto alcun cenno pubblico ai diritti umani violati. Biram Abeid è stato comunque eletto in Parlamento e in lui continuano a riporre le proprie speranze di cambiamento migliaia di cittadini mauritani.

Per gli investitori globali, la Mauritania, con il suo ricco patrimonio di risorse minerarie, ittiche e potenzialità energetiche (il 40% del fabbisogno interno proviene da fonti rinnovabili), è infatti il nuovo Eldorado della West Africa, classificato dalla Banca Mondiale al quindicesimo posto (su 150 nazioni) del rapporto Doing business 2018. I capitali orientali ne conoscono le opportunità da tempo: joint venture mauritano-cinesi, per citare solo uno fra tanti esempi, gestiscono pesca, lavorazione ed export di prodotti ittici verso Europa e continente americano. E gli iraniani, che da tempo finanziano la crescita industriale mauritana, si sono a lungo avvalsi dell’aiuto di Nouakchott per aggirare le limitazioni al proprio commercio causate dalle sanzioni internazionali. Come? Facendo transitare dal Paese africano le merci importate da Paesi terzi oppure dirette verso partner terzi. Ma l’influenza straniera più pervasiva, in termini culturali, economici e politici, è oggi quella saudita. Il consolidamento della cooperazione militare fra i due Paesi ha visto un’accelerazione nell’ultimo biennio, da quando cioè il Consiglio superiore della Difesa saudita ha affidato la questione al principe ereditario Mohammed Bin Salman: attualmente Nouakchott e Riad hanno programmi congiunti di addestramento militare, condivisione di tecnologie e supporti logistici, cooperazione di intelligence. La Mauritania ha dato e dà il proprio 'contributo' alla coalizione a guida saudita nella guerra yemenita.

Anche per questo ha destato qualche perplessità che un diplomatico e politico mauritano come Ismail Ould Sheikh, seppure con una lunga carriera nelle istituzioni internazionali, sia stato incaricato dalle Nazioni Unite di mediare in modo imparziale fra i belligeranti in Yemen (2015-2018), tribolato Paese arabo in cui le forze saudite stanno combattendo a fianco di una parte, quella del presidente Hadi. Terminato il mandato senza successo, dallo scorso mese di giugno Ould Sheikh è il nuovo ministro degli Esteri mauritano. Nell’accettare l’incarico, il diplomatico ha dichiarato: «Consideriamo qualsiasi minaccia all’Arabia Saudita o a un altro Stato del Golfo alla stregua di una minaccia alla sicurezza della Mauritania». La stabilità della Mauritania è una questione che sta a cuore non solo all’arco degli alleati sunniti, ma anche all’Occidente europeo e americano, nella prospettiva della lotta ai movimenti jihadisti di stanza nell’area desertica di Sahel e Sahara. E ovviamente del presidio politico-economico dell’area.

Secondo indiscrezioni della stampa nordamericana, la presenza di forze speciali statunitensi in Mauritania sotto l’amministrazione Trump si sta facendo sempre più consistente: eliminate alcune limitazioni poste dal predecessore Barack Obama, quale l’intervento diretto in combattimento, gruppi speciali Usa cooperano con l’esercito nazionale sul territorio mauritano al di fuori della cornice ufficiale del G5 Sahel. Forte anche la presenza di 'antenne' e 'tecnici' dei principali servizi europei, nonché degli israeliani, già grandi finanziatori del tessuto infrastrutturale mauritano sul finire degli anni ’90. Un segnale in più, insieme ad altri mille, di quanto la Mauritania e la fascia di continente cui appartiene siano cruciali oggi, non solo per l’Africa ma per equilibri geopolitici mondiali.