Opinioni

L'interesse (inter)nazionale. Il Governo e l'Europa più giusta

Vittorio E. Parsi sabato 2 giugno 2018

Inutile farsi illusioni. Noi italiani dobbiamo sempre risalire il vento, prendere schiaffoni di bolina per raggiungere la nostra boa, mentre agli altri son sempre concesse andature più maestose. Che la nostra fama sia meritata, o invece frutto di pregiudizi antichi, poco conta. Quel che vale è ciò che gli altri pensano di noi, non quello che noi crediamo di essere. Intendiamoci bene, il problema particolare si inquadra in una tendenza più generale, che non riguarda solo gli italiani, ribadita un paio di sere fa da Mario Monti durante una trasmissione televisiva: «Gli europei hanno ricominciato a manifestare un disprezzo reciproco nutrito di vecchi pregiudizi che credevamo di esserci lasciati alle spalle una volta per tutte».

Dopo una gestazione durata quasi tre mesi, durante la quale i dissapori anche rudi tra le forze della inedita e inattesa maggioranza giallo-verde e tra queste e il Presidente della Repubblica sono stati tanto evidenti quanto drammatizzati, il nuovo governo "del cambiamento" è atteso al varco, oltreconfine, con un atteggiamento che non si preannuncia particolarmente benevolo. Il "fronte del Nord" (quello vero, quello europeo) ha già iniziato ad affilare le sue armi, lasciando trapelare indiscrezioni e fughe di notizie, contrassegnate da una diffidenza arcigna e spesso immemore del proprio record di disastri.

Quel che più preoccupa alcuni interessati osservatori è evidentemente la possibilità che un’azione di governo orientata a denunciare con fermezza le storture della governance europea, riassumibili nell’incapacità di armonizzare le sovranità nazionali (le sole pienamente legittimate in termini democratici) con le prerogative dell’Unione, non finisca immediatamente fuoristrada. Perché, se è vero che la ricetta proposta dall’alleanza M5s-Lega presenta tratti a buona ragione tacciabili di "populismo", altrettanto incontrovertibile è che le domande inascoltate che ne hanno gonfiato le vele sono radicate e condivise in tanta parte delle società europee.

Cercare di selezionare con cura gli obiettivi irrinunciabili della propria azione di politica internazionale e, tra questi, quelli sui quali ci sono maggiori chance di trovare sponde e alleanze in Europa, è quindi innanzitutto nell’interesse della coalizione che regge il destino del governo Conte. Così, tanto per essere franchi, sulla necessità di provare a spezzare l’egemonia dell’ortodossia intransigente di matrice tedesca (una riedizione 2.0 dell’ordoliberalismo austriaco innestato di neoliberalismo) che governa l’euro, qualche convergenza può ben essere trovata, così come sul fronte della gestione ordinata e solidale dei flussi migratori. In entrambi i casi Parigi non è sorda alle preoccupazioni italiane, che in parte condivide.

Macron ha avuto modo di sperimentare (come Monti prima di lui) quanto la cancelliera Merkel sia incapace (per lo meno) di trascinare il progetto europeo fuori del pantano in cui si dimena almeno dal fallimento del processo riformatore di Lisbona. Ma guardare oltre a una Merkel sempre più "spiaggiata" è operazione da compiere innanzitutto nell’interesse dell’Europa, Germania compresa.

E su questa strada l’intero complesso dei Paesi "latini" potrebbe costituire quella massa critica capace non di sabotare l’Unione o distruggere l’euro, bensì di rinvigorire l’una e l’altro: correggendo, completando ed emendando l’attuale (insostenibile) realtà. Sarebbe quindi meglio evitare di aprire troppi fronti contemporaneamente, con il rischio di scontentare tutti e non rassicurare nessuno. Magari nel nome di inconfessabili o sconvenienti simpatie (in russo: simpàtii) o per recuperare qualche milione di euro dalla riduzione di impegni internazionali che oggi sono invece più preziosi che mai per sostenere lo status e il ruolo internazionali del Paese (vedi alla voce missioni di peacekeeping).

È qui soprattutto che il premier – coadiuvato dai ministri degli Esteri, della Difesa e delle Politiche europee – dovrà dar prova di non essere un mero esecutore di un contratto stilato da altri, bensì un interprete di un accordo politico che deve rappresentare un punto cardinale d’orientamento, mentre non può essere inteso come una rotta prefissata.

Ogni e qualunque possibilità di trovare la via per riformare l’Unione non può che passare dal più saldo ancoraggio alla tradizionale collocazione internazionale della Repubblica, atlantica ed europea, e dal mantenimento degli impegni assunti. Così che sia chiaro che il nuovo governo è disponibile a lavorare insieme agli altri per rendere la casa comune europea più solida, sicura e confortevole e, proprio in forza di questo, chiede agli altri la medesima volontà di ascolto e cooperazione che esso offre.