Opinioni

Il direttore risponde. L’incubo, e la nostra speranza

mercoledì 20 luglio 2011
Caro direttore,alla fine del XIX secolo – durante la belle époque – il benessere era diffuso nelle classi dirigenti dell’Occidente. L’economia, grazie alle colonie, era globalizzata, le frontiere, per viaggi e scoperte, apertissime, l’industria in espansione, il mondo del sapere in fermento, la politica in equilibrio. C’era però un crescente, umano, acuto problema sociale e a quello ci si sarebbe dovuti dedicare, secondo ciò che le radici cristiane dell’Occidente invitavano a fare da duemila anni. Ma si sarebbero persi troppi privilegi. Si preferì affrontare una guerra-igiene del mondo piuttosto che occuparsene onestamente. Allora le armi erano rozze: il risultato nel 1914-18 furono milioni di morti e il "Secolo breve" con le sue atrocità. E oggi? Siamo allo stesso bivio. Ma anziché rivolgersi ai diseredati della terra, l’Occidente delle movide – la nuova belle époque – preferisce suscitare pretestuose emergenze con la speculazione di nuove guerre: economiche, di predominio energetico, catastrofico emergenziale, pseudoreligiose, mentre tenta di costruire con un simulacro di scienza un uomo non umano. Il vecchio ’14 è lì ad avvertirci come potrebbe finire, adesso che le armi sono raffinatissime: un’ecatombe mondiale. E questo senza parlare del destino eterno di miliardi di uomini che, essendo argomento "cattolico", è privo di interesse per certe élites di cervelloni...Cordialmente.

Emi Degli Occhi, Milano

Poche e fulminanti righe per pensieri grandi, inquieti e inquietanti. Ma lei è un’artista, cara signora, e come tale ha coltivato e coltiva il dono della sintesi e sa condividerlo… Proverò a seguirla. Lei evoca i mali e le atrocità dell’oggi, prodotti dalle (pre)potenze e dalle ricchezze che si danno irresponsabilmente battaglia sulla pelle dei poveri e degli inermi. E prima ancora rievoca il grande male della Grande Guerra, con il suo angoscioso corredo di atrocità, e il parto cruento del secolo dei totalitarismi e della Bomba. Lo fa per additare il rischio di una sovrapposizione e riproposizione di miopie e carneficine. Più di qualcuno dirà che la sua è una visione apocalittica. Probabilmente lo penseranno anche taluni che, pure, di quando in quando intuiscono che sulla faccia della Terra la "strage degli innocenti" non è mai finita davvero ed è più che mai in corso. Per rendersene conto, basta alzare lo sguardo oltre i listini di Borsa, o guardarci davvero dentro. Basta scrutare nella vita di tanti popoli d’Africa, d’Asia e d’America Latina o avventurarsi in certe periferie d’Europa e dell’altra America. Basta tirare le somme dei pingui "bilanci di guerra" e stimare, anche solo per approssimazione, la magrezza degli "investimenti di pace"...Noi esseri umani – come singoli e come comunità – non conosciamo «né il giorno né l’ora», e tendiamo a dimenticare quale parte di responsabilità ci tocca per non essere colti di sorpresa nel pieno di eventi e situazioni che ci illudiamo di comprendere e governare. Tendiamo a scordare quale ritrovata saggezza di vita, e quale evangelico rifiuto delle logiche della sopraffazione e del non-umano, ci siano necessari come e più dell’aria per non finire travolti e persi in processi che sembrano sovrastarci e, invece, dipendono grandemente anche da noi. La guerra – cioè la riduzione del mondo a fabbrica della morte – è la soluzione disperata dei "mercanti" che non riescono più a controllare i mercati, dei ricchi che non dominano più le proprie ricchezze, dei potenti che non hanno più il senso vero della potenza e dei poveri che non hanno più nemmeno la loro povertà... È una possibilità drammatica e sempre ritornante, non un destino.Quando ci invitano ad aprire gli occhi sulla tragedia del Corno d’Africa, frutto di lunga violenza e di immane carestia, è proprio questo che Papa Benedetto e la nostra Chiesa – dando instancabilmente l’esempio dell’attenzione e del dono – ci stanno chiedendo di capire e di fare. Fare trionfare un’altra logica, cambiare concretamente il corso degli eventi, schierarsi con i piccoli, i deboli, i colpiti. Tenendo a mente che nessun dono, nessun nostro aiuto, dà e darà davvero risultato senza un’attenzione profonda a chi ne è destinatario, senza una comprensione vera delle cause della difficoltà, del dolore e del male. Rileggere il celeberrimo – e mai abbastanza meditato – "Inno alla carità" di san Paolo (I Cor 13,1-13) aiuta a ricordarlo con folgorante chiarezza... Eppure, lei ha ragione, per questa preoccupazione e considerazione dell’umanità, certi «cervelloni» liquidano sprezzantemente noi cattolici come quelli «che vogliono salvare il mondo» (quando non ci accusano, invece, di volerlo dominare...). Pazienza. Non ci faranno chiudere né gli occhi né la bocca né tantomeno le mani. Non ci faranno smettere la speranza e l’impegno.